Non se ne vede la fine

di Giulio Bonandrini

Rapporti India-Pakistan, breve riassunto degli ultimi 70 anni: a seguito della scriteriata politica post-coloniale inglese e delle sue conseguenti randomiche suddivisioni territoriali, i due Stati, entrambi nella top 10 delle nazioni con il più alto numero di abitanti (parliamo di più di un miliardo e mezzo di persone), sono ancora invischiati in una guerra che non sanno risolvere. 

Il primo punto di contrasto al giorno d’oggi, anche perché reso un simbolo dai due opposti nazionalismi, è l’area del Kashmir. Una valle lunga 135 chilometri, larga 30, che ospita ben 7 milioni di abitanti. Zona molto fertile, è diventata un simbolo perché durante la dominazione inglese quest’area, a larga maggioranza musulmana, fu venduta o meglio assegnata a una famiglia indù. A questa prima stortura si aggiunse anche la suddivisione territoriale a seguito dell’indipendenza che rese definitivamente questa valle parte del territorio indiano. Anche se ormai i suoi abitanti, benché musulmani, preferiscano restare a far parte della democrazia indiana, il governo di Islamabad è accusato di finanziare una guerriglia anti-indù, che costringe le forze indiane a mantenere uno stretto controllo sulla regione. Attentati e scontri si registrano ancora oggi. 

La seconda causa del perenne stato di insicurezza è collegabile invece all’esercito. Nel corso della lunga dominazione del subcontinente indiano, gli inglesi reclutarono la maggioranza dei generali dalle cosiddette “razze marziali”, espressione che oggi suona malissimo e che serviva ad indentificare quelle particolari etnie/religioni/confessioni che meglio si adattavano alla guerra, soprattutto quindi musulmani o comunque provenienti dall’India nordoccidentale. A causa di ciò, dopo l’indipendenza, il Pakistan si ritrovò con la maggior parte di quello che rimaneva dell’esercito indiano. Un esercito con un grande peso nella scena politica pakistana e con un grande potere drenante nei confronti della cassa pubblica (la spesa militare gravava sul bilancio fino al 75% della spesa totale). Questa capacità drenante è diminuita con il tempo, rallentata però dalla scusa dello stato di tensione con l’India. «A noi toccarono i burocrati, a loro i generali» dicono gli indiani. 

Ultimo punto di contrasto che ci sentiamo qui di tratteggiare brevemente è quello della situazione economica. Se, sul piano militare, l’India, grazie a una popolazione più numerosa e a maggiori risorse, è comunque sempre riuscita sconfiggere il Pakistan in ogni contesa, sul piano economico è sempre stato il Pakistan a crescere più velocemente, grazie alle sue politiche meno dirigiste e autarchiche. Negli ultimi anni però questo trend si è invertito, aumentando il senso di impotenza del Pakistan che, grazie all’acquisizione del nucleare ed agli accordi con altri Stati, cerca di ritagliarsi il suo spazio in altri modi. Se nel periodo successivo alla partizione si era rivolto agli Stati Uniti che lo avevano ricoperto di fondi e armamenti grazie alla sua strategica posizione anti U.R.S.S., negli ultimi anni il più grande alleato e partner commerciale è diventata la Cina, grazie soprattutto all’astio che entrambi i paesi condividono nei confronti della loro ingombrante vicina. 

Se in una soluzione bisogna sperare, questa si potrà intravedere solo quando l’India riuscirà ad arginare la spinta nazionalistica che ha portato al potere Narendra Modi e il Pakistan avrà ridotto il potere di un esercito ancora troppo influente sulla scena politica del paese. 

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