Non avrai altro Dio all’infuori di me

di Francesco Marinoni

«Compagni, amici, coetanei, considerarono questo disco anacronistico. Non avevano capito che La buona novella voleva essere un’allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e le istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che, 1969 anni prima, un signore aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universale. Si chiamava Gesù di Nazareth e, secondo me, è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.» 

Così De André raccontava La buona novella, album inciso nel 1970, al pubblico del teatro Brancaccio di Roma il 13 febbraio 1998, penultima esibizione dal vivo del cantautore genovese. Un disco da lui molto amato e che per molti versi rappresenta un unicum nella produzione artistica di Faber. Non era facile cantare il Vangelo e lo era ancor meno farlo in quel determinato momento storico, in cui la religione e la Chiesa in particolare erano simboli di una società che veniva picconata nelle piazze e nelle scuole. Le stesse piazze che cantavano la celebre Canzone del maggio, che nasce proprio nella Francia sessantottina.  

Ma quando a scrivere è uno come Fabrizio, il risultato non può che essere un capolavoro. Un racconto fatto di parole così semplici da far quasi dimenticare il soggetto di cui parlano: la storia di Gesù ma, soprattutto, di tutti i personaggi che gli sono ruotati intorno nei vari passi della sua vita. Maria, Giuseppe, i discepoli e, infine, i due ladroni che lo accompagnano nella morte. Per ripercorrere le loro storie, De André si è basato largamente sui cosiddetti “vangeli apocrifi”, ovvero quell’insieme di scritture non ritenute sacre dalla Chiesa. Improvvisamente, le figure più celebri che tutti noi conosciamo si scoprono umane e vicine e si presentano all’ascoltatore sotto una luce completamente diversa, lontane dai dogmi e dalla rigidezza con cui le avevamo conosciute. 

Il disco si apre con Laudate Dominum, un coro di invocazione a Dio che verrà poi rovesciato  nell’ultima traccia (Laudate Hominem), per chiarire inequivocabilmente che La buona novella, a dispetto delle apparenze, è un album più terreno che divino. Ed è la figura di Maria, cui sono dedicate ben quattro tracce, a dominare la prima parte del racconto. L’infanzia di Maria, Il sogno di Maria Ave Maria (inframezzate da Il ritorno di Giuseppe) raccontano di una giovane ragazza che, progressivamente, conosce e abbraccia il suo destino: sposa bambina, madre vergine, madre di Dio. Si passa dai versi dolci che raccontano di una bimba strappata ai giochi all’invocazione solenne, dalla bambina alla donna, ma in questa crescita Maria sembra muoversi con una leggerezza e una tenerezza che poco hanno di divino. Il cantautore canta del suo dolore, della difficoltà di capire cosa le sta accadendo, della paura per il proprio destino che ha come culmine Maria nella bottega del falegname: una madre cui verrà strappato via il figlio, destinato a morire in croce. Una croce che, prendendo forma sotto i colpi del falegname, segna per l’ascoltatore un cambio di scena, conducendolo alla seconda parte del disco. 

Ora tutto ruota intorno alla scena della croce: in Via della croce percorriamo insieme a Gesù la strada che porta al Golgota, circondato dalla gente che, per paura, lo disconosce. 

«La semineranno fra mare e per terra 

tra boschi e città la tua buona novella 

ma questo domani, con fede migliore, 

stasera è più forte il terrore». 

In questi versi Faber denuncia l’ipocrisia degli apostoli, giustificata però da un terrore che è difficile biasimare: chi, quel pomeriggio, si sarebbe comportato diversamente? Questa immagine porta quindi agli unici che, quel giorno, condividono il dolore del figlio di Dio, rimasto solo. Sua madre e quelle dei due ladroni insieme a lui crocifissi, dipinte nella struggente Tre madri, e, appunto, Dimaco e Tito, colti nell’ultimo istante della loro vita. E proprio su Tito è incentrata la più celebre traccia dell’album: Il testamento di Tito, il canto di un peccatore che, in punto di morte, confessa di aver infranto tutti i dieci comandamenti. Nel testo della canzone si legge tutta la polemica, che si ritrova in gran parte della produzione artistica di De André, nei confronti di un potere autoritario che detta la legge e ne impone il rispetto. Tito smaschera l’ipocrisia di chi detta precetti ed è, alla fine, l’unico che può davvero compatire Gesù:  

«Io nel vedere quest’uomo che muore, 

madre, io provo dolore. 

Nella pietà che non cede al rancore, 

madre, ho imparato l’amore». 

Il testamento di Tito è esattamente tutto quello che Faber intende dire quando parla di paragone fra le istanze degli studenti e quelle del rivoluzionario Gesù e il Vangelo da lui cantato (citando il cantautore, «il più bel libro d’amore mai scritto») è quanto di più distante dalla Chiesa come istituzione e tutto ciò che essa rappresenta. De André insomma è riuscito nel suo intento, mostrando una cristianità particolare, tutta sua, che non tradisce le sue profonde radici anarchiche ma che anzi si intreccia con esse. Una fede in un Dio che è e resta sempre umano, portando con sé tutti i problemi che l’umanità comporta. 

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