La guerra santa di Glasgow

di Susanna Finazzi

Durante i derby la città scozzese di Glasgow diventa come la Verona di Shakespeare. Per le strade si combattono due fazioni che vantano un centinaio d’anni di rivalità e ad oggi non c’è ancora stata una Giulietta che abbia ispirato la pace. 

Le due squadre della città, i Celtic e i Rangers, rappresentano due vere e proprie correnti di pensiero che da sempre fanno parte della storia del Regno Unito. Per tifare Celtic bisogna avere almeno un antenato irlandese e un buon numero di messe domenicali all’attivo. Per portare il blu e il rosso dei Rangers, invece, basta essere protestanti unionisti, e magari votare conservatore. Una storia destinata a finire male già dal principio. Come sempre quando si tratta di calcio, il braccio armato di questa tragedia scozzese sono gli hooligans. La curva bianco-verde dei Celtic si chiama Green Brigade e a sentire i loro slogan non serve un grande sforzo d’immaginazione per capire perché. Gli striscioni inneggiano ai combattenti dell’IRA, il gruppo indipendentista paramilitare dell’Irlanda del Nord, e attaccano la tendenza britannica a ingurgitare territori come fossero tazze di tè. Gli avversari Rangers vengono anacronisticamente chiamati ancora oggi “bastardi orangisti”, con buona pace di Gugliemo d’Orange che ha supportato il protestantesimo quando ancora il calcio non esisteva. «La carestia è finita, tornate a casa» cantano gli Union Bears, sostenitori dei Rangers. Espongono striscioni sui preti pedofili e chiamano gli irlandesi “bastardi feniani”, battendo la bandiera del Regno Unito. 

A Glasgow il calcio è una questione di identità, ma anche una questione di principio. Non c’è solidarietà per gli avversari e ogni colpo basso è permesso. I tifosi più anziani hanno visto vere e proprie battaglie tra hooligans armati di coltelli e bottiglie rotte: si perdono orecchie e pezzi di naso, qualcuno è stato addirittura gettato da un ponte, e ogni derby finisce con almeno una corsa in ospedale. Le partite dell’Old Firm, così vengono chiamati gli incontri tra Celtic e Rangers, sono il tallone d’Achille del governo. Negli anni le leggi sono state aggiornate per punire i comportamenti scorretti durante i match, ma con scarso successo. La polizia è autorizzata ad intervenire in sempre più occasioni, con il risultato che i tifosi di entrambe le squadre lamentano multe, pestaggi e arresti ingiustificati. Molti credono che le misure siano efficaci e che a parlare sia il vittimismo tipico dei fomentatori di disordini che hanno qualcosa da farsi perdonare. In realtà il problema è il settarismo nella città di Glasgow, che le autorità considerano qualcosa di inevitabile. Le divisioni intestine sembrano naturali come lo sembravano nell’Italia di Shakespeare, ma le basi sono ormai vacillanti. La rivolta di Pasqua del 1916, l’imperialismo inglese, Guglielmo d’Orange sono ferite che non riescono a rimarginarsi e che peggiorano ad ogni Old Firm. Nel 1995 un uomo ha ucciso un tifoso sedicenne solo perché portava una sciarpa dei Celtic: gli è arrivato alle spalle mentre tornava dallo stadio e lo ha sgozzato in mezzo alla strada. 

Per ogni hooligan ci sono almeno dieci tifosi pacifici, ma la violenza è così estrema che è diventata un tratto distintivo dei derby di Glasgow. I giornali descrivono solo gli aspetti negativi e il governo si dichiara estremamente preoccupato, ma finora ha solo ingaggiato una lotta contro i mulini a vento. Pare che a nessuno piacciano le guerre sante, ma la verità è che non siamo ancora pronti a lasciar andare senza combattere i secoli di storia religiosa che abbiamo alle spalle. A Glasgow il calcio è solo un pretesto per poter affrontare ancora una questione spinosa, che dai tempi di Elisabetta I e Mary Stuart non è mai stata davvero risolta. 

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