Je suis Nigeria

di Francesco Marinoni

Quando si parla di terrorismo islamico il nostro pensiero va subito, inevitabilmente, ai tanti attacchi che l’Europa, in particolare la Francia, ha sofferto negli ultimi anni. La crescente paura è stata alimentata anche da molte forze politiche, che indicano l’ISIS come minaccia da combattere. Tuttavia, come spesso accade, ci si limita quasi sempre a considerare solo ciò che accade vicino a noi, dimenticando o facendo finta di non vedere che il terrorismo colpisce anzitutto nel Medio Oriente, dove il califfato è impegnato in una vera e propria guerra, ma anche in altre parti del mondo, attraverso organizzazioni di cui quasi nessuno parla.

È il caso di Boko Haram (che può essere tradotto letteralmente con “l’educazione occidentale è peccato”), un’organizzazione islamica attiva soprattutto in Nigeria e fondata nel 2002. Ispirata inizialmente da ideali più antigovernativi che religiosi, nel tempo si è trasformata in una delle organizzazioni terroristiche più pericolose del mondo, rendendosi protagonista di omicidi e violenze soprattutto nel nord del paese. La svolta si ebbe nel 2009 quando, al leader fondatore Mohammed Yusuf ucciso durante una protesta, succedette Abubakar Shekau, che ha portato avanti una linea di azione più violenta e radicalizzata. L’episodio più eclatante, che ha portato Boko Haram all’attenzione dei media internazionali, fu il rapimento di 200 studentesse nel 2014, ma da allora le attività del gruppo non si sono certo interrotte. L’obiettivo dichiarato è colpire persone di fede cristiana o ebraica, come accaduto alla giovanissima Leah Sharibu, ancora nelle mani dei terroristi per essersi rifiutata di convertirsi all’Islam.

I tentativi del governo nigeriano di arginare l’espansione del movimento, seppure confinandolo e indebolendolo, non sono ancora riusciti a far cessare le azioni e attualmente Boko Haram lavora ancora in stretto contatto con i guerriglieri mediorientali, cercando di imporre il proprio controllo su alcune regioni del Paese. L’associazione si finanzia principalmente tramite donazioni dei contribuenti alla causa, tassazioni imposte sui villaggi controllati e contrabbando di merci di vario genere, fra cui anche armi e droghe. Fa leva sulla povertà delle regioni a maggioranza islamica della Nigeria, dove riesce ancora a reclutare seguaci, anche perché la violenza viene spesso perpetrata anche dalle forze militari e di polizia.

Il quadro risultante è quindi di profonda instabilità: 2.6 milioni di sfollati dal 2013, decine di migliaia di morti, 7 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria e moltissime ragazze rapite e vendute attraverso i canali della prostituzione, anche in Europa; addirittura anche i bambini vengono utilizzati negli attentati[1]. La frattura interna al movimento fra una fazione più dura e una più incline alla mediazione non ha fatto che peggiorare le cose, generando ulteriore violenza dallo scontro fra i due gruppi. Nonostante per il governo Boko Haram sia praticamente sconfitto, sulla pelle dei civili le conseguenze si fanno ancora tristemente sentire e non danno segno di smettere. La dura repressione militare, effettuata anche tramite milizie internazionali, stenta a raggiungere i risultati sperati e la definitiva eliminazione della minaccia anche perché, nonostante i crimini di cui si macchia quotidianamente, l’organizzazione non cessa di reclutare nuove leve.

Insomma, Boko Haram è ben lontano dallo scomparire e, nonostante la Nigeria sia il paese più economicamente sviluppato dell’Africa, il 70 % della popolazione vive ancora in condizioni di povertà estrema, spingendo moltissimi a migrare nella speranza di una vita migliore. Sarebbe bello ricordare anche, quando piangiamo le vittime europee dell’Islam radicale, tutti coloro che, lontano dai riflettori, subiscono giorno dopo giorno lo stesso dolore e la stessa violenza, cercando, per una volta, di andare oltre l’ipocrisia che troppo spesso contraddistingue il mondo occidentale.


[1] Dati raccolti da UNOCHA.

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