Ivan e Dio

di Elisa Morlotti

La bellezza dei romanzi di Dostoevskij è dovuta, tra le altre cose, alla cura con cui egli ci presenta e descrive i protagonisti: l’impressione è di poter scrutare fra i pensieri e i desideri più profondi di ogni personaggio, e l’immagine che ci resta di ognuno di loro è vivida e palpitante quasi quanto quella di un nostro amico. Forse è per questo che, quando leggi l’ultima riga dei Fratelli Karamazov, ti sembra di dire addio (o magari, arrivederci) ad un mondo che conosci da sempre.  

Delle novecento pagine del romanzo le più belle sono probabilmente quelle dedicate alla leggenda del Grande Inquisitore, che Ivan Karamazov, il più intelligente e razionale fra i protagonisti, inventa e racconta al fratello Alëŝa. Ivan immagina che Cristo ritorni sulla terra, precisamente nella Spagna del sedicesimo secolo, al tempo dell’Inquisizione. Sebbene venga riconosciuto immediatamente dal popolo e acclamato come salvatore, Cristo viene imprigionato dalle guardie del Grande Inquisitore, deciso a condannarlo al rogo come eretico. Durante la notte, l’inquisitore si reca nella cella di Cristo per interrogarlo: «Sei tu? Perché sei venuto a disturbarci?» gli chiede. Cristo non risponde, ma ascolta attentamente le parole che l’anziano e fiero inquisitore gli rivolge.  

Sono per lo più accuse e rimproveri: Cristo ha amato tanto l’uomo, ma lo ha stimato troppo grande e l’ha ritenuto troppo simile a sé quando gli ha donato, con il suo messaggio, la libertà. Egli ha desiderato una fede libera, ha voluto che l’uomo lo seguisse unicamente per amore. Per il Grande Inquisitore tutto questo però ha reso l’uomo infelice, perché il fardello della sua libertà è troppo pesante per le sue fragili spalle. L’inquisitore è vicino alle debolezze e alle fatiche di tutti quegli uomini «che non trovano la forza di disdegnare il pane terreno per quello celeste», ha compassione dell’uomo anche nei suoi aspetti più vili e lo ama profondamente. Per questo ha scelto di diventare un uomo di Chiesa, per portare, a tutti coloro che la volessero, indistintamente, la felicità. Legando l’uomo a sé con il miracolo, il mistero e l’autorità, la Chiesa ha rinnegato il messaggio di libertà del Vangelo, ma ha portato felicità e tranquillità a tanti cuori deboli e tormentati. Anche dopo tutte queste affermazioni, Cristo non risponde, semplicemente si alza e bacia il Grande Inquisitore, che, colpito dal gesto, fa fuggire il prigioniero per le vie buie della città. 

Come osserva anche Alëŝa, il profondo segreto dell’inquisitore è che egli non crede in Dio. Tuttavia il suo ateismo, così come quello di Ivan, non è pacifico: non è un rifiuto dell’idea di Dio dettato dalla ragione, né un disinteresse verso le questioni teologiche, ma è una sorta di scelta e, in quanto tale, comporta dei rischi e un grande coinvolgimento personale. Ivan (e con lui il suo alter ego, il Grande Inquisitore) forse è affascinato dall’idea di Dio, ma decide di non volerci credere perché non vuole accettare che in questo mondo possano esistere dolore e malvagità. Ivan sceglie di rifiutare Dio perché non riesce a comprendere come Dio possa sopportare la sofferenza di tanti innocenti. È questa sua tenacia nel non voler accettare il dolore, insieme al suo immenso amore per l’umanità e per questo mondo, che ci rende caro Ivan Karamazov. Nel raccontarci la sua storia, Dostoevskij ci ricorda che è fondamentale interessarsi della sofferenza e non arrendersi mai al male e alla malvagità. 

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