Dekalog

di Andrea Calini

Dieci episodi tra loro indipendenti, come una raccolta di racconti brevi. Accomunati tematicamente, però, dal riferimento (declinato in maniera più o meno nitida) ai dieci comandamenti dell’Antico Testamento. Situazioni estreme, moralmente irrisolvibili, che mettono a dura prova l’idea dell’esistenza di Dio mentre ne evidenziano la necessità umana. Altri elementi comuni ne marchiano la foggia, come la circostanza che molti personaggi risiedono nello stesso comprensorio di palazzoni da realismo socialista, falansteri grigi di cemento acciaio e tensione verso l’alto: reticolo di storie dense e magmatiche, estranee ma inevitabilmente intrecciate tra loro. Alle spalle, quasi distante, il tumulto storico e politico che in Polonia prima che in altri satelliti sta sgretolando l’impero sovietico. La ricorrenza enigmatica di un solo personaggio silenzioso presente in tutti i mediometraggi. Un silente testimone sempre muto, un angelo? Dio stesso? Veste i panni di banali comparse, sempre figure sociali diverse, ma il ruolo di cerniera simbolica per tutto l’andare dell’opera lo rende, forse, il personaggio più interessante e per certi versi centrale. 

Forte l’omogeneità stilistica dell’opera, dominata da una essenzialità che guarda a modelli importanti e consolidati della storia del cinema europeo (Dreyer, Bresson e Bergman su tutti). Tecnicamente sobrio ma virtuoso nelle metafore visive, i cui toni narrativi sospesi tra suspense hitchcockiana e dialogo morale bergmaniano, appunto, ne hanno fatto una esemplare incarnazione del cinema d’autore. 

L’austerità come veicolo per scrutare nell’intimità dell’animo, primi piani che emergono dall’oscurità: al cuore di molti episodi, un confronto intimo fra due personaggi si svolge nel buio, il più delle volte di notte, prima che arrivi l’alba. 

La cifra stilistica più personale del cineasta polacco sta, poi, nel fitto contrappunto di dettagli simbolici e metaforici di cui è preziosamente intessuto ogni episodio. Ad esempio, nel secondo, una vespa arranca sulla parete interna di un bicchiere, lottando per sopravvivere, e rimandando al tenace attaccamento alla vita di un malato. Non è questa la sede per un’analisi stilistica più approfondita, ma senza dubbio un posto centrale sarebbe riservato a questi dettagli che costituiscono un veicolo per accedere al significato più profondo di ogni vicenda. 

Parlando dell’aspetto narrativo che caratterizza ogni singolo capitolo, a un primo livello superficiale è possibile individuare, secondo Stefano Santoli, «una violazione direi formale del precetto biblico, ma si tratta sempre di qualcosa di esteriore, quasi di un espediente: se non proprio ingannevole, non rappresenta ciò su cui la narrazione si incentra. Inoltre, tale violazione entra spesso in conflitto con un’altra responsabilità morale che è possibile scorgere a un livello appena più profondo». Emerge in ciò l’accenno ad una delle battaglie morali più fondative della cultura occidentale, quella di Antigone. 

Vi è poi un terzo livello dove il precetto biblico comincia a sfumare, lasciando spazio alla descrizione di una più generale condizione umana. 

Insomma, un’opera di piccoli affreschi che si colloca sicuramente tra gli esperimenti più interessanti dei lavori cinematografici “prestati alla televisione”. É la condizione umana nuda e debole, violenta e scarna, sconfitta e redenta che gli autori ci mettono sotto gli occhi. E riescono, senza retorica, a consegnarci una goccia di splendore. 

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