Una scuola dolce

di Susanna Finazzi e Rosamarina Maggioni

In un’intervista a Repubblica, il ministro dell’Istruzione Bussetti ha dichiarato che la nuova sugar tax proposta tra gli emendamenti della legge di Bilancio, che prevede una tassa di mezzo centesimo per ogni grammo di zucchero contenuto nelle bibite, potrebbe fornire i 100 milioni di cui gli atenei universitari hanno bisogno. Questa forma di tassazione è già stata applicata in diversi Paesi europei, che tuttavia la utilizzano come deterrente all’introduzione di ingenti quantitativi di zucchero nelle bevande che favoriscono la diffusione del diabete tra la popolazione, non certo come ultima sponda da cui recuperare i finanziamenti destinati alle università pubbliche.

Tuttavia, nonostante la stravagante provenienza del denaro, nel nostro caso investire sulla formazione secondaria sarebbe sicuramente una buona idea, se non fosse che l’istruzione inferiore (elementari e medie) è ancora più bisognosa di attenzione. L’università e la ricerca infatti, entrambe relegate al buio dell’oblio in Italia, vengono poste in secondo piano da problematiche più urgenti che riguardano i gradini dell’istruzione che rappresentano il punto di partenza per la formazione dell’individuo, regolata dalle leggi della Repubblica.

L’articolo 34 della Costituzione Italiana infatti afferma che:

  1. La scuola è aperta a tutti.
  2. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
  3. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
  4. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Tralasciando alcune considerazioni riguardo il punto 1 e l’effettiva realizzazione di una apertura scolastica a tutti i livelli della popolazione italiana, quello su cui si vuole riflettere è l’affermazione che nel punto 2 si fa riguardo alla gratuità dell’istruzione inferiore obbligatoria. All’interno dello Stato italiano è sì vero che la scuola fornisce buona parte dei servizi ma resta il fatto che famiglie economicamente svantaggiate si riducono a fare dei sacrifici per poter garantire ai figli quello che lo Stato non fornisce: libri, attività extrascolastiche, visite d’istruzione (sempre a carico delle famiglie ma previste all’interno della programmazione scolastica come esperienza didattica) e il famoso “contributo volontario”. Il tutto per un ammontare di circa 800 € o più annuali per figlio. Questa profonda discrepanza tra legge e realtà dimostra un’incapacità dilagante di gestione dell’istituzione scolastica.

La legge del 2006 che ha alzato a sedici anni l’età della scuola dell’obbligo, spergiurando che la gratuità (ipotetica) non viene messa in discussione, ha complicato ulteriormente le cose. Lo Stato, prendendosi carico dell’istruzione obbligatoria prolungata di tutti gli studenti, ha fatto il passo più lungo della gamba, garantendo un’istruzione che tenti di trattenere i ragazzi all’interno della scuola, forse per prevenire l’alto tasso di abbandono (14,7% secondo gli ultimi dati ISTAT). Non ha tenuto in considerazione il fattore economico: i fondi riservati all’istruzione pubblica non sono sufficienti nemmeno per gli otto anni previsti dalla Costituzione, figurarsi per dieci. Con questo si sta cercando di far notare come sarebbe bello poter innalzare il numero di anni garantiti ad uno studente anche a più di dieci, ma sia allo stesso tempo necessario constatare la verità effettuale: ad un aumento degli anni deve necessariamente conseguire un aumento dei fondi pubblici destinati alla scuola.

Considerato l’onere finanziario che l’istruzione gratuita comporta per lo Stato, le borse di studio di cui si parla nel punto 4 vengono assegnate a chi non può permettersi le spese scolastiche, ma solo se si tratta di persone “capaci e meritevoli”. Per accedere ai finanziamenti non solo bisogna avere problemi economici di una certa rilevanza ma occorre anche essere all’altezza. Questo significa che gli studenti più in difficoltà vengono abbandonati a loro stessi, quando dovrebbe essere compito dello Stato intervenire in queste situazioni di difficoltà: non abbassando il livello scolastico per permettere a tutti di farcela (come spesso si tende a fare), ma sostenendo chi da solo non è in grado di arrivare agli standard richiesti.

Non ha senso quindi che il governo vari nuove leggi per il miglioramento della scuola italiana sperando di far crescere sempre di più i rami dell’albero dell’istruzione, quando all’atto concreto della crescita, quello che manca è il concime. Un albero così crolla al primo soffio di vento e con lui chi aveva sperato in un suo riparo. Per migliorare davvero il sistema di istruzione italiano e tornare ad essere una nazione fiera della sua immensa cultura, visitata e lodata dai grandi intellettuali di ogni epoca, il governo dovrebbe aprire gli occhi sulle situazioni che non permettono di realizzare quel famoso diritto allo studio che la Costituzione afferma dovrebbe essere garantito a tutti, mettendo l’istruzione tra le sue priorità. Senza aspettare che sia la Coca Cola a fornire i fondi per farlo.

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