Lo svantaggio di essere donna

di Elisa Morlotti

Nella cultura giapponese il gesto dell’inchino ha un profondo significato simbolico: se in ambienti familiari l’inchino è una forma cordiale di saluto, in occasioni formali e importanti sta ad indicare un atteggiamento di rispetto e gratitudine profondi, oppure è espressione di un sincero pentimento.

Proprio quest’estate, nei primi giorni di agosto, abbiamo visto il direttore dell’Università di Medicina di Tokyo, una fra le più prestigiose e importanti del paese, inchinarsi con viso contrito durante una conferenza stampa e confessare la manipolazione dei risultati del test di ammissione al corso di laurea in medicina. Le vittime sono le aspiranti dottoresse, lo scopo quello di mantenere una percentuale di studentesse inferiore al 30%. A partire dal 2006, anno in cui il corpo studentesco dell’università era composto per il 40% da ragazze, i test d’accesso sono stati manipolati per abbassare il numero di studentesse ammesse al corso di laurea: a tutte le ragazze veniva tolto un quinto del punteggio finale ottenuto, in modo da essere svantaggiate nella graduatoria finale ed essere escluse dal corso nella maggior parte dei casi. La motivazione che spinse il consiglio direttivo dell’università a manipolare il test era la convinzione che le donne fossero meno indicate a ricoprire la professione del medico. Secondo il consiglio, un’eventuale maternità avrebbe potuto interrompere la loro carriera; inoltre, il fisico di una donna sarebbe stato meno adatto a sopportare i ritmi di una sala operatoria o dei reparti di rianimazione. Questi aspetti, per quanto ridicoli, vennero giudicati dall’università come possibili cause di una perdita economica nell’ambito sanitario. Anche se, per legge, in Giappone tutti gli ospedali devono essere organizzati senza scopo di lucro e con il solo obiettivo di garantire assistenza sanitaria ai cittadini, questi motivi furono considerati sufficienti per attuare una discriminazione significativa nei confronti delle donne.

“Abbiamo tradito la fiducia dei cittadini”. Queste sono alcune delle parole con cui il direttore Tetsuo Yukioka ammette le colpe della propria università, sottolineano bene uno dei molti aspetti per cui il fatto è tanto grave. All’interno di una società, l’università rappresenta uno degli ambienti più colti e vivaci dal punto di vista culturale, e per questo è un punto di riferimento all’interno dei diversi campi in cui opera. La meritocrazia deve regnare sovrana in ambito accademico, perché fra gli obiettivi dell’università ci sono quelli di promuovere la ricerca e lo sviluppo del sapere e di formare cittadini sempre più capaci, colti e meritevoli. Scoprire la manipolazione di un test d’accesso all’università, rende selettivo e discriminatorio questo ambiente agli occhi dei cittadini: a contare, in ambito accademico, non è più solo il merito. Quando si assiste a ingiustizie o a fatti disdicevoli, spesso si tende a generalizzare: dopo che una sola università si è macchiata di una colpa così grave, viene spontaneo chiedersi se anche in altri atenei non ci siano trasparenza e onestà. L’università così perde la fiducia e il rispetto dei cittadini, e questo ambiente dedicato al sapere diventa, nell’immaginario collettivo, corrotto e interessato più alla propria convenienza che alla cultura e alla ricerca. In un sistema scolastico come quello giapponese, che viene chiamato “inferno degli esami” proprio a causa dei difficilissimi test d’accesso alle scuole di qualsiasi grado, la scoperta di manipolazioni di questo genere fa perdere a tanti giovani la determinazione e la voglia necessarie per poter accedere e frequentare l’università. L’ammissione ad un corso di laurea viene vista come una questione più di fortuna che di merito.

Yukioka ha affermato di voler ammettere retroattivamente le studentesse escluse dal corso a causa della manipolazione, ma questo provvedimento sembra ridicolo e inutile. Dopo essere state escluse dal corso di medicina, molte ragazze hanno intrapreso un percorso di studi differente e difficilmente accetteranno la proposta del direttore dell’università: il loro sogno di diventare dottoresse probabilmente non diventerà mai realtà.

Questo episodio mette in luce un problema che ancora esiste in ambito accademico in quasi tutto il mondo, anche nel nostro Paese. La discriminazione delle donne e il profondo maschilismo che vivono nelle università sono alla base della denuncia del Rettore della Normale di Pisa Vincenzo Barone. Questi aspetti devono essere combattuti con decisione: oltre ad essere una clamorosa ingiustizia e ad essere sbagliato dal punto di vista sociale e morale, svantaggiare le donne in ambito accademico può far perdere importanti contributi alla ricerca universitaria.

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