La questione di Città Studi

di Andrea Calini

Tutto iniziò da Expo. Forse caso unico nella storia contemporanea italiana, nasce, vive e muore senza che si sia sviluppato nulla riguardo il destino delle sue aree. Fino ad ottobre 2015 non esisteva, né sul piano politico, né su quello economico, né su quello urbanistico, un progetto riguardo l’uso dopo l’evento. Il trasferimento di alcune facoltà scientifiche della Statale giunge, oggi, dopo l’insediamento a ottobre del nuovo rettore Elio Franzini (ex ordinario di Estetica in via Festa del Perdono), a un passaggio chiave. “Da due anni comitati, lavoratori e studenti di Città Studi si oppongono al trasferimento coatto nel sito ex-Expo, una scelta legata a doppio filo con l’indebitamento generato dall’evento e con la fragilità dei progetti a lungo termine per l’area. Il governo, in uno strano connubio Renzi – Maroni – Sala, ha vincolato a suo tempo 130 milioni al trasferimento ma la situazione non sarebbe certo felice: riduzione degli spazi delle facoltà del 40%, indebitamento drammatico dell’Ateneo, collocazione in un’area difficilmente raggiungibile se non addirittura ostile.”[1]

L’elezione a fine giugno di Franzini contro De Luca (candidato del rettore uscente Vago) ha segnato un punto di svolta nella vicenda. Le sue dichiarazioni facevano ben sperare in un significativo cambio di rotta, e questo impegno aveva convinto buona parte del personale (docente e non) a dare la propria preferenza a chi sembrava avere maggiormente a cuore il destino di Città Studi. “Le mobilitazioni di studenti ed abitanti organizzati hanno dato un forte contributo. A fine settembre il CdA della Statale, con un’operazione ai limiti del lecito e decisamente oltre tale limite dal punto di vista politico, a 5 giorni dall’insediamento del nuovo Rettore, ha votato il bando che avvia la procedura formale per il trasferimento. Tutto ora dipenderà da quanto muteranno i rapporti di forza esistenti all’interno dell’Università (Rettore, CdA, Senato Accademico) ed attorno ad essa.”. I soggetti e le realtà che hanno iniziato a mobilitarsi per Expo e che sono tuttora vigili hanno lanciato una grande assemblea pubblica lo scorso 9 ottobre. I temi del dibattito sono stati la riflessione sul necessario e reale potenziamento della Statale (senza Expo e valorizzando le risorse del territorio), sul futuro per Città Studi e (soprattutto) sulle forme concrete della partecipazione.

All’ombra del singolo episodio, due sono gli spunti di riflessione interessanti. In primo luogo si nota che le istanze più interessanti (il concetto dell’università bene comune e il nutrito dibattito sul diritto alla città sono solo degli esempi) restano appannaggio, per la maggior parte, della componente studentesca e radicale, con l’eccezione del tema della partecipazione su cui si potrebbe aprire un primo confronto tra le parti (lavoratori, pendolari, abitanti del quartiere). Secondariamente si evidenzia come i comitati di residenti, appartenenti ad un contesto sociale meno avvezzo a forme di resistenza e di lotta dal basso, scontino la disattenzione della politica verso una vertenza che porta una marca territoriale tanto forte quanto incompresa.

“Due ipotesi di lavoro? Un osservatorio sul trasferimento in area Expo e un presidio sulle trasformazioni di città studi a tutela della vivibilità della zona. Di qui in poi la partita si giocherà sul filo tra informazione (svelare numeri e strategie) e attivazione (dal basso piuttosto che governata da un assessore). L’amministrazione cittadina resta una volta di più all’angolo in funzione di “regolatore d’interesse”, mentre nuovi player finanziari si propongono come promotori delle grandi politiche urbane.”


[1] Tutti i virgolettati sono tratti dal blog di un interessante laboratorio politico di dibattito e progettazione: Off Topic (http://www.offtopiclab.org/), che si definisce “impegnato in ricerca dal basso senza rinunciare al confronto e al conflitto per far riemergere una città diversa”.

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