In principio

E se dicessi che alla fine quel che più associo al Sessantotto è un ritmo?

Ce n’est qu’un début, continuons le combat. Probabilmente al giovane lettore dice niente, ma c’era un bel silenzio-pausa tra “le” e “combat” e dopo avere ritagliato quell’ultima parola, l’accento cadeva sulla “a” di combat. La “a” che è l’alfa, il principio, l’inizio.

Doveva andare così, doveva essere l’inizio, il grande Inizio, come ogni volta in cui comincia l’anno nuovo e ci sono i propositi per il futuro. E per far iniziare il tutto, bisognava prima avere fatto fuori il vecchio, avere fatto terra bruciata, omne consummatum. Il vecchio andava gettato dalla finestra. Il Sessantotto è stato questo: un principio (che strano anche a Praga si sia parlato di “primavera”: una coincidenza?). Un inizio in cui si assaporarono le energie di qualcosa che stava nascendo: un amore, la prima aria non invernale sulle forsizie, nell’orto il primo pomodoro, verde, che contiene ogni sapore possibile circa i futuri pomodori: il massimo per l’immaginazione gustativa. Perciò non ci si deve stupire della corrente di stupore, di freschezza, di fantasia che accompagnò il tutto. A volere scomodare il sociologo, si è trattato di quel rapido processo di destrutturazione-ristrutturazione chiamato “stato nascente”. Frizzante come il vino nei mosti. E a farla da padrone era il desiderio. Di un mondo migliore, di un passaggio dall’autorità alla partecipazione, di una rivolta senza sangue, di un corpo liberato dalle oppressioni della morale benpensante. Per me fu il pacifismo, De André, il Che, don Milani, M.L. King. Poi lessi che qualcuno (Fachinelli in “Quaderni Piacentini”) lo definì una forma del verbo desiderare in cui era importante non “l’oggetto” del desiderio ma lo stato del desiderio. Per questa sua ampiezza indeterminata forse coincise con il precipitare di tante storie, strati diversi che a un certo punto, per un miracolo chimico, vennero a concentrarsi in un unicum: un impasto di racconti individuali mescolati a temi ideologici, sociali e culturali. I rituali delle assemblee, le manifestazioni, i codici di abiti (jeans, eschimi – cfr Guccini – gonne lunghe e zoccoli) e di corpi (barbe fluenti, capelli incolti) tentavano la costruzione di un coro. Certo che dietro c’era la Storia (il Vietnam, la lotta alla Fiat, l’emigrazione – eh sì, anche allora -, la critica alla società repressiva, all’educazione autoritaria, alla scuola classista, le rivolte nei paesi comunisti, lo scontro/dialogo tra Umanesimi -marxista e cristiano- la teologia della liberazione) però diventava subito la “mia” storia, la “nostra” storia.

Ma scrivere di tutto questo, oggi, non può non portare con sé il disincanto. Dell’età adulta, del come è andata a finire, dell’uscita dal mondo del desiderio e dell’ingresso nel principio di realtà. Ci ho pensato bene prima di scegliere il “disincanto” al posto della “delusione”. E la convinzione che ogni scrittura sul passato tende a quel gesto del “romanzare” che è incanto nel territorio della poesia e pericolo in quello della storiografia. Io, per me, mi tengo stretto almeno una cosa, quel “I care”, che appositamente ho tenuto alla fine, come ultima cartuccia da sparare: è diventato da allora uno stile di vita, per me. Colpa del Sessantotto?

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