I don’t regret what I studied

di Ernesto Martellaro

«Mi comportavo bene, io», racconta Alì, sorridendo. «C’era sempre la paura di essere messi in punizione, il che significava prenderle, e quindi è logico che qualche volta non avessi voglia di andare a scuola, o anche alla scuola islamica, dove capitava di prenderle ugualmente», continua ridendo.

Il giovane Alì Ibrahim ha accettato con piacere di raccontare ad Altro un po’ di storie sul suo percorso di formazione, come studente e come uomo, svoltosi nella città di Kumasi, nel cuore del Ghana, dove è nato e ha studiato fino a laurearsi.

Rompe il ghiaccio fornendo un po’ di dettagli sul sistema dell’istruzione ghanese, descrivendone accuratamente ogni tappa, ma appare subito evidente una forte somiglianza con l’organizzazione scolastica inglese, o comunque “occidentale”, che in molti conosciamo. Appellativi quali junior high school o primary school sono rimasti nel linguaggio comune degli studenti ghanesi, nonostante sia ormai terminato il lungo periodo coloniale britannico che ha avuto una pesante influenza sulle istituzioni, scolastiche e non, di molti Paesi africani.

Ciò che invece appare davvero interessante, in questo excursus che Alì fa sulla sua istruzione, è l’utilizzo delle lingue, questione a cui il ragazzo sembra dare scarsa importanza. «In famiglia parliamo l’Hausa», spiega, «che a scuola non si studia, anzi non è neanche consentito usarlo e rischi di essere messo in punizione se lo usi. Addirittura sulle pareti della scuola trovi dei cartelli che recitano: “No vernacular languages! Only English!” (Vietate le lingue dialettali! Solo l’Inglese è consentito!)». Stando a quanto dice, però, alcune di queste lingue cosiddette “vernacolari” sono incluse nei programmi di studio, per il loro valore storico-culturale, ma il loro uso rimane comunque proibito al di fuori della classe. Tutto a vantaggio dell’imperante Inglese. «Ma c’è un dettaglio divertente», aggiunge: «mi capitava di sentire gli insegnanti parlare tra loro tranquillamente in Twi, altra lingua locale, e qualche volta se lo facevano scappare anche con gli studenti, ma in modo molto informale». Dunque per uno studente medio di Kumasi è normale conoscere (al termine delle elementari) la propria lingua madre, almeno uno o due idiomi locali e ovviamente la lingua inglese. «E poi alla junior high school ho cominciato a studiare il Francese», rincara la dose. E a completare il quadro delle lingue conosciute e parlate da Alì si aggiunge l’arabo, che tuttavia non ha appreso né in famiglia né a scuola, o meglio, non alla scuola pubblica. «Si comincia imparando l’alfabeto arabo, poi qualche parola, qualche frase, un po’ di comunicazione e una volta pronti ci fanno iniziare la lettura del Corano», spiega riferendosi alla scuola islamica, dove si è recato ogni settimana fin dai tempi dell’asilo. «Inizialmente ci andavo solo il sabato e la domenica, poi ho cominciato a frequentarla tutti i giorni, al pomeriggio intendo: dopo le lezioni della scuola “laica” non andavo a casa ma alla scuola islamica. Restavo lì per un paio d’ore, a volte fino alle 6 del pomeriggio, e la seguivo davvero tanto». Lascia intendere di aver preferito il tempo trascorso in questa scuola piuttosto che in quella statale, ma poi sembra tornare sui suoi passi. «Qualche volta, in realtà, neanche la scuola islamica era piacevole. Un problema che avevo era quello di dover essere sempre punito se facevo qualcosa di sbagliato, e significava prendere le botte. Anche se commettevo solo un piccolo errore o ero distratto venivo punito. E questo a volte mi preoccupava un po’. Ma a parte quello ho apprezzato davvero tutto».

Attualmente Alì vive a Bergamo, dove frequenta un Master a completamento dei suoi studi universitari. La lingua italiana, sorprendentemente, non l’ha ancora inclusa nel suo repertorio e si serve quindi della lingua inglese, come è avvenuto anche per questa intervista.

«Non mi pento di quello che ho studiato», conclude, «ma ho sempre la sensazione di poter fare qualcosa di più, qualcosa a completamento di ciò che ho imparato. Io mi sono occupato di arte e continuo a farlo, avrei solo voluto esplorare più in profondità alcuni campi come la moda e il design, se ne avessi avuto occasione. Ma in effetti, a pensarci, sono ancora in tempo per farlo!»

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