ENEM

di Petra Valtellina

L’accesso alle università pubbliche in Brasile è un tema molto dibattuto, giacché gli interessi delle varie parti coinvolte sono divergenti e rendono difficile una soluzione univoca. Durante le prime due domeniche di novembre, in tutto il Brasile si sono svolte le prove dell’ENEM (Exame Nacional do Ensino Médio), un esame che, attraverso un sistema informatizzato (SiSU, Sistema de Seleção Unificada), seleziona gli studenti che potranno accedere a numerose università pubbliche brasiliane. Ogni università che aderisce al SiSU può fissare i voti minimi da ottenere nell’ENEM per essere ammessi alle varie facoltà.

I brasiliani si iscrivono all’esame a tutte le età, alcuni ragazzi lo svolgono prima di diplomarsi per farsi un’idea della difficoltà, altri provano a passarlo per la seconda o terza volta (se nelle precedenti edizioni i loro risultati non sono stati sufficienti per gli standard richiesti dalle università scelte). Chi non supera l’esame e non può finanziare lo studio in un’università privata ha infatti poche possibilità di iscriversi a un’università pubblica, almeno per quell’anno. Per questo i candidati affrontano le prove con un’ansia simile a quella che accompagna il test di medicina in Italia.

Anche se a un primo sguardo può sembrare utile pareggiare la formazione basilare per iniziare un percorso di studi, considerando il contesto brasiliano emergono alcune contraddizioni legate all’utilizzo di un sistema che mira a uniformare le conoscenze in un paese grande e diversificato; contraddizioni spesso connesse con le disuguaglianze socio-economiche esistenti fra i cittadini. Prima fra queste è la qualità dello studio precedente all’università, che in Brasile è diviso in 9 anni di ensino fundamental, equivalente alle elementari e alle medie italiane, e 3 o 4 anni di ensino médio, corrispondente alle nostre scuole superiori; le scuole pubbliche, divise in statali e federali, offrono un livello di preparazione che, soprattutto nelle prime, è molto inferiore a quello che si raggiunge frequentando una scuola privata.

Lo squilibrio tra pubblico e privato si trascina fino all’università, poiché chi si può permettere una buona formazione già dai primi anni di scuola ha maggiori possibilità di essere ammesso a un’università pubblica federale, che offre gratuitamente un’ottima educazione rispetto a chi non ha sufficienti mezzi economici. Per ovviare a questa ingiustizia il Ministero dell’Istruzione ha creato programmi per ottenere borse di studio, come ProUni e FIES, che permettono a studenti disabili o provenienti da scuole pubbliche o appartenenti a famiglie con basso reddito di iscriversi a università private.

Tra le strategie per diminuire l’iniquità dell’accesso alle università risaltano le cotas sociais (quote riservate che assicurano una percentuale dei posti disponibili a studenti che hanno frequentato scuole pubbliche) e le cotas raciais, oggetto di numerose discussioni, che garantiscono, fra le quote sociali, uno spazio a afrodiscendenti, pardi e indigeni.

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