Diario di scuola

di Sofia Burini

Scrittore di successo, Daniel Pennac è stato scoperto nella sua passione da un insegnante del liceo. Quest’ultimo, per insegnargli a scrivere, superando le difficoltà apportate dalla dislessia, gli dà come compito settimanale, al posto del tema che scrivevano i suoi compagni, il capitolo di un romanzo da completare entro la fine del semestre. Grazie allo stimolo di questo lavoro, il giovane Pennac inizia a scrivere sempre con l’aiuto del dizionario e, dopo anni di insuccessi scolastici, comincia ad ottenere buoni risultati. È al mondo scolastico del somaro, conosciuto da Pennac molto bene, che dedica “Diario di scuola”, un’analisi attenta delle dinamiche che caratterizzano la vita del somaro nell’ambiente scolastico. Partendo dal punto di vista del pessimo studente che è stato per arrivare a quello dell’insegnante che è diventato. Diventare è il nucleo di questo libro: ci vengono presentati i genitori del somaro, che temono per quello che il figlio diventerà; il giovane che, nella sua carriera di fallimento scolastico, non aspira a diventare nessuno e che non guarda al futuro; e il somaro diventato, l’autore che, nonostante le preoccupazioni dei genitori per il suo avvenire, si è laureato ed è professore. Il professore che è stato pessimo alunno si interroga sul modo in cui è diventato insegnante, su come l’essere stato il somaro lo abbia portato a tornare nel luogo in cui ha sofferto. Un ritorno che lo vede come salvatore di chi, come lui, rappresenta il fallimento scolastico stesso. Quello che Pennac individua come il tratto caratterizzante del somaro (al di là di un’evidente vivacità e della tendenza a portare a termine marachelle) è una grande sofferenza dell’allievo incapace che diventa invisibile, si sente marginalizzato e non trova la strada per uscire dalle sue difficoltà di comprensione delle materie, piombando in un abisso di solitudine in cui è isolato con i suoi insuccessi.  Eppure, ci dice l’autore, basta un insegnante per salvarci: come il suo professore di lettere del liceo gli ha permesso di superare le proprie difficoltà e di iniziare a scrivere, così per tutti gli alunni “difficili” è sufficiente un insegnante che si accorga della loro presenza, che non lasci perdere l’alunno che sembra non voler capire mai. È tornando alle origini del proprio insuccesso scolastico che il professore si rende conto della necessità (per il somaro) che l’insegnamento gli si faccia vicino, non accettando la sua arrendevolezza e non dandogli la colpa dei sui fallimenti. L’insegnante che riesce a “salvare” il somaro è quello che gli permette di vivere, di diventare qualcuno. Pennac sa che questo mestiere richiede dedizione, passione, e che nel percorso stesso dell’insegnante si affrontano degli insuccessi. Una professione che permane nel tempo e che entra in contatto con molte generazioni non può permettersi di creare figure che per le proprie difficoltà rimangono marginalizzate. Ciò le condannerebbe a restare fuori da una collettività di cui possono entrare a far parte. La difficoltà di non essere pronti ad affrontare studenti che non si sentono adatti o pronti per il posto in cui si trovano permane e va affrontata, perché è in questo campo che si manifesta l’amore per il proprio ruolo di insegnante.

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