Sotto controllo

di Susanna Finazzi

La regione dello Xinjiang, a nord-ovest della Cina, è l’Area 51 del Sol Levante, quasi impenetrabile, ipersorvegliata e teatro di una sistematica riconversione etnica. 

Da anni il governo cinese favorisce l’immigrazione dell’etnia han, la cultura “ufficiale” del Paese, in questa regione, a scapito della minoranza musulmana turcofona degli uiguri, che spesso reagiscono con violenza a quella che sentono come una vera e propria colonizzazione. Lo Xinjiang è stato teatro di attentati terroristici rivendicati dagli estremisti uiguri, ma utilizzati da Pechino per giustificare la creazione di uno stato di polizia nella regione. L’obiettivo ufficiale è quello della lotta all’estremismo, ma grattando appena la superficie si scopre l’ormai nota aspirazione al controllo attraverso l’imposizione della cultura dominante. Sembrerebbe un revival della rivoluzione culturale maoista, con le telecamere e i dispositivi di tracciamento che aggiungono l’effetto Black Mirror. 

La vita nella zona dello Xinjiang è costantemente sotto controllo. Fuori da ogni casa è appeso un codice QR che i funzionari del governo possono scansionare per ottenere informazioni sui residenti, e ogni persona che non figura nel nucleo familiare viene interrogata. Gli stranieri sono sorvegliati da vicino, soprattutto i giornalisti, che finora hanno faticato parecchio per ottenere stralci di testimonianze. Gli uiguri non parlano volentieri di quel che sta succedendo nella loro regione, a causa del caro vecchio regime del terrore: ogni contatto con lo straniero può significare la prigione per intere famiglie, se non addirittura l’internamento nei campi di rieducazione. Queste strutture non hanno nessun fondamento secondo la legge cinese, ma questo non impedisce al governo di rinchiudere gli uiguri, senza nessuna accusa formale, così che non abbiano diritto ad un processo o un avvocato. Secondo l’ONG Human Rights Watch chi viene internato subisce “l’equivalente di torture” ed è costretto a lavori pesanti e a mangiare carne di maiale per dimostrare di non essere un musulmano estremista. Tutti i prigionieri devono imparare il cinese mandarino ed inneggiare al regime comunista, e chi resiste all’indottrinamento viene punito. 

Interi villaggi e quartieri dello Xinjiang sono abitati solo da donne, perché tutti gli uomini si trovano nei campi di lavoro o, come dicono gli uiguri, “non sono più in giro”. Questo genere di eufemismi viene usato quando proprio non si può fare a meno di parlare delle persone incarcerate: di solito sono “gli scomparsi”, ma più spesso gli uiguri preferiscono non affrontare l’argomento per paura di essere a loro volta vittime della carcerazione preventiva. Basta poco per essere accusati di estremismo islamico: una barba troppo lunga, non bere alcol e non fumare sono prove sufficienti per essere fatti “sparire” in nome della guerra al terrorismo. 

Il governo sta perfino collezionando campioni di DNA di tutti gli uiguri dai 12 ai 65 anni con la scusa di check-up medici gratuiti. Non è chiaro se i pazienti sappiano che le impronte digitali, i campioni di sangue e le scansioni dell’iride servono per i database della polizia, ma è chiaro che la questione interessa a pochi. 

La comunità internazionale fa quello che sa fare meglio, chiudere gli occhi, perché la Cina ha un peso troppo grande sulla bilancia mondiale. Pechino dichiara che nello Xinjiang tutto è nella norma e che è intenzionato a continuare la “campagna di recupero”. I campi di lavoro vengono definiti “centri di rieducazione e formazione professionale” per “criminali autori di reati minori”, e il resto del mondo finge di crederci. 

Ci si pone spesso il problema di cosa saremmo disposti a fare in nome della sicurezza, ma la vera domanda è cosa abbiamo già fatto nel nome dell’interesse politico ed economico. Lo Xinjiang sta diventando una “no rights zone”, ma finché i metal detector nelle moschee e i telefoni sotto controllo rimangono nei confini cinesi si può pensare che la minaccia del terrorismo sia stata scongiurata. 

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