Prospettive – Guerra

Il disertore

di Paola Gea

Ospedale Militare della provincia di Milano, 2 aprile 1916

Lisa avvolge la mano intorno alla mia nuca e la recita comincia. Mi scorta lungo il corridoio del reparto, avanti e indietro – io ci metto un minuto per ogni passo, lei è all’erta per regalare un saluto a chiunque, come si addice alle crocerossine in licenza. Quando Lisa incrocia un dottore o una persona importante, sento una leggera pressione sul collo: comprimo il torace per mozzarmi il respiro, così da emettere un rantolo significativo soffocatevi, maggiori, con tutti i vostri ardori, noi siamo i disertori!

Lisa ripete per me: mi hanno trovato a qualche centinaio di metri dal mio compagno. Lui disertore, crivellato dal nemico, io in trappola come lui – non con lui. Ero già ammattito quando ci avevano affidato la missione, non ero cosciente, perciò non avevo volontariamente abbandonato il reparto e la trincea che fetore di carogna, carne logora alla gogna!

Lisa dice che ha corrotto un paio di soldati della mia stessa unità a testimoniare per la mia pazzia. La vedo, dopo che mi ha rimboccato le coperte, scivolare fra le altre brandine e accendere il languore dei loro ospiti mentre io raglio alla luna per la fame mia bella non ti porto rancore, non credo all’onore, ma solo il disertore lo sa come fare l’amore!

Finirà per mandarmi in manicomio e non a casa, di questo passo. Dice che è venuta per aiutarmi, perché solo come pazzo posso salvarmi. Ma io sono già salvo, mi sono salvato quando li ho abbandonati e lasciati a crepare. Giovanni è stato sfortunato… l’hanno ammazzato, ma so che non ha rimorsi, lo so perché lo sento ancora sbeffeggiare il mondo con la sua voce infantile. Non ne potevamo più dell’Italia, volevamo strisciare fuori dal suo grembo matrigno. Di quell’utero non rimanevano che muscoli e viscere putrefatti, i soldati morti per lei figli del diavolo, i commilitoni, e per Dio da sempre tutti coglioni!

Il generale

di Elisa Morlotti

Di quella battaglia sono stato uno dei pochi spettatori. Dall’alto della collina, su cui si trovava il quartier generale della nostra divisione, si poteva osservare uno spettacolo grandioso: i due eserciti avanzavano da parti opposte della spianata, fra gli scoppi delle granate e i colpi delle mitragliatrici. Il frastuono della cavalleria e il rombo degli aerei impedivano di pensare, si poteva solo stare ad ammirare lo slancio di uomini coraggiosi che, per guadagnare anche solo un metro di terreno, si buttavano nel mezzo del combattimento. In quel sacrificio ho visto, con orgoglio, la fedeltà dei miei uomini alla Patria.

Dopo il combattimento, la pianura era ricoperta di corpi privi di anima e l’infermeria era più affollata di un mercato. Avevamo vinto, ma nessuno dei soldati riusciva ad esserne felice. Noi, che in quell’inferno non eravamo entrati, avevamo festeggiato velocemente il successo e pensavamo solo ad organizzare la nostra strategia e il prossimo attacco. Dovevamo sfruttare il vantaggio sul nemico, prevedere le sue mosse e colpire il suo punto debole. Attaccare, attaccare di nuovo, ancora attaccare, anche se il nostro esercito era stremato e i caduti aumentavano sempre di più. Quella guerra si doveva vincere, costasse quel che costasse: ne andava dell’onore della Patria. E del mio.

Anch’io sono stato un soldato semplice, quando ero giovane. Non so se per merito mio oppure per fortuna, sono riuscito a sopravvivere a diverse battaglie e a scalare la gerarchia militare. Ogni volta che salivo di un gradino, mi allontanavo di un po’ dalle sofferenze dei miei uomini e dimenticavo l’orrore di combattere in una battaglia. Adesso, da generale, non credo di avere più una coscienza: vedo solo l’obiettivo, i miei uomini ormai sono solo pedine per poter vincere questo gioco.

La guerra in una stanza

di Rosamarina Maggioni

Diario di Francesca Damasso, Piemonte.

24 maggio 1915

Oggi è un giorno funesto per l’Italia: siamo entrati in guerra.

17 giugno 1915

Il mio amato Alberto è partito. Il villaggio si è svuotato: sono rimasti sono vecchi, bambini e noi donne. Nulla sarà più come prima.

15 agosto 1915

È ferragosto ma questa sera non ci saranno festeggiamenti. I nostri uomini non sono qui per ballare con noi. Con le altre donne però abbiamo deciso di andare a tagliare la legna in mattinata e fare un grande falò nel centro del villaggio in memoria dei nostri caduti. Ieri sono arrivati dei soldati che hanno comunicato la morte del marito di Loredana e del fratello di Francesca. Prego Iddio che protegga Alberto.

30 agosto 1915

Ho scoperto di essere incinta. Sono passati due mesi da quando Alberto se n’è andato. Vorrei tanto scrivergli per comunicargli la bella notizia ma non ho idea di dove si trovi.

21 dicembre 1915

È inverno. La neve ha ricoperto tutto e arrivare al mercato per me è sempre più difficile. Luca ha solo otto anni ma gli ho spiegato come vendere le poche cose che sono riuscita a raccattare. La legna è pagata molto ma non voglio rischiare di rimanere senza. Il freddo entra in casa come niente.

3 marzo 1916

I gemelli sono nati: Anna e Carlo. È stato un parto difficile… la levatrice è rimasta bloccata nella neve e ho dovuto fare da sola. Hanno il mio naso e gli occhi di Alberto. Quanto vorrei fosse qui per vederli. Sono passati nove mesi e ancora non ho avuto notizie.

24 maggio 1916

Un anno dall’inizio della guerra. Nessuna notizia.

17 giugno 1916

Un anno dalla partenza di Alberto. Nessuna notizia.

2 luglio 1916

Il nonno Franco è morto, la febbre lo ha portato via. Nessuna notizia.

13 agosto 1916

Oggi è arrivato un messaggero: Alberto è morto.

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