Proiettili di parole

di Francesco Marinoni

Da bambino mi chiedevo sempre come mai nel mondo esistesse la guerra. Era una cosa che non riuscivo proprio a spiegarmi: per quale motivo popoli, etnie, fedeli religiosi o addirittura cittadini della stessa nazione arrivavano a combattere per uccidere altri uomini e donne? Tutto quello che mi era stato raccontato sui confitti erano cose tristi, crudeli, ingiuste. 

Eppure, allora come oggi, da qualche parte sulla Terra ci sono persone che le guerre le combattono. E crescendo ho piano piano imparato che, forse, ci sono talmente tante ragioni per cui esistono che sarebbe utopico pensare e sperare che prima o poi finiscano. La verità che sta alla base di tutte queste ragioni è che i conflitti, quando scoppiano, fanno sempre bene a qualcuno. Quasi mai a chi li combatte, quasi sempre a chi li architetta. 

È una verità scomoda da accettare, anche solo l’idea che la morte di milioni di persone possa far comodo a qualcuno è inaccettabile. Ma la storia ce lo ha insegnato fin troppo bene: dai grandi conflitti mondiali alle “esportazioni della democrazia”, dalle battaglie per l’indipendenza alle guerre civili la morte di uomini e donne è stato un mezzo per raggiungere un fine. Nobile o meno nobile sta a ciascuno giudicarlo. 

Abbiamo scelto di parlare di guerra in occasione del centenario dalla fine della Grande Guerra (che poi la più grande non è stata), quanto meno per il nostro Paese. Abbiamo scelto di farlo per aprire gli occhi su una questione che spesso sentiamo lontana, perché non la tocchiamo con mano da troppo tempo, ma che riguarda buona parte della popolazione mondiale. Fino a che nel mondo si sparerà, dovrà sempre esserci qualcuno a raccontarlo. Non importa chi, come, dove o perché. Dalla vicina Ucraina alle lontane regioni della Cina, dal Messico all’Africa risuona ancora l’eco della mitraglia. 

Attraverso queste pagine, vorremmo che arrivasse anche alle vostre orecchie. 

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