Non si fotte con gli Emu

di Lorenzo Caldirola

È il 1932, ormai da diversi anni gran parte dei coraggiosi soldati australiani che hanno combattuto al fianco della Triplice Alleanza nella Grande Guerra sono stati ricompensati dal proprio governo con lotti di terreno agricolo nella parte occidentale del paese (that’s so SPQR). 

Gli effetti della crisi del ’29 ancora si fanno sentire e i contadini sono in aperta disputa col governo siccome si rifiutano di vendere il grano ai prezzi stracciati che il mercato imporrebbe loro, ma questo non è nulla in confronto alla catastrofe che si sta per abbattere su quei territori. 

Una sola parola, tre lettere, ancora sufficiente a far rabbrividire i discendenti di quegli eroici agricoltori: EMU. 

Eh già, terminata la stagione delle migrazioni, una popolazione di 20.000 uccellacci decide di stabilirsi proprio nelle farmlands dell’Australia occidentale e comincia a fare razzia dei raccolti di grano appena maturi – che Attila spostati proprio, ora il flagello di dio ha il becco. 

La situazione è disperata, l’intera nazione rischia di essere messa in ginocchio, la scelta è estrema ma necessaria: bisogna schierare l’esercito. Piccoli plotoni di uomini altamente addestrati ed equipaggiati con mitragliatrici leggere vengono schierati su tutto il territorio: la Guerra degli Emu ha inizio. 

È il due novembre: vengono avvistati una cinquantina di Emu, le mitragliatrici iniziano a fare fuoco, ma gli uccelli sono troppo distanti, i colpi non arrivano con precisione e gli emu riescono a disperdersi in piccoli gruppi evitando perdite. Avevo detto “altamente addestrati”?   

Gli eroici militari non demordono, avanzano e riprendono il mitragliamento, ora da una distanza più favorevole. Gli uccelli però a quel punto stanno già battendo in ritirata, le vittime non sono nemmeno una dozzina. Nel complesso un insuccesso. 

A distanza di alcuni giorni, finalmente la grande occasione: nei pressi di un bacino artificiale vengono avvistati 1000 uccelli. I soldati, ora con maggiore esperienza, si avvicinano fino ad avere una linea di tiro pulita e si preparano all’ecatombe. Le armi scaricano i primi colpi, una scintilla omicida si accende negli occhi dei prodi guerrieri, la prima dozzina di emu cade come insetti, poi il disastro. Entrambe le mitragliatrici si inceppano e per quando gli artiglieri riescono a sbloccarle ormai gli uccelli se ne sono andati tutti, evidentemente qualcuno lassù fa il tifo per loro. 

Nei giorni successivi, le offensive australiane non sono molto più fortunate e dopo 2500 munizioni sparate e un bilancio approssimativo di solo 200 vittime il governo decide di ritirare le truppe perché l’operazione si sta rivelando antieconomica. Emu 1 – Australia 0. 

Una settimana dopo il cessate il fuoco gli australiani tornano all’attacco. In un mese, secondo le stime ufficiali, i soldati spararono 9860 colpi uccidendo 986 emu. Una proporzione perfetta di 10 a 1: non sono un esperto, ma non mi pare un grosso affare.  

Nemmeno al governo dovette sembrare tanto conveniente proseguire su questa strada, difatti nei mesi successivi il problema fu definitivamente arginato dall’introduzione della figura del cacciatore di taglie, pagato ad animale ucciso, e dalla diffusione del sistema delle enclosures. 

Cosa ci insegna questa incresciosa “sconfitta” dell’esercito australiano? Be’ così su due piedi direi che a volte la penna ferisce più della spada! 

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