Lagerstroemia

di Samuele Togni

I lepidotteri, figli della fragilità, dipinti col niente, amano imitare. È nella loro indole, è insito nella loro curiosità. Imitano i movimenti, imitano gli umori, imitano i colori. Ma chi gioca coi colori non può farne a meno, pur imitando crea. Eppure, non pare che le falene si atteggino da creatrici. Forse il fatto non le colpisce particolarmente, forse il loro intento è veramente il solo imitare, l’imitare tutto ciò che va cercato e custodito.

Ma di che si tratta? Qual è il loro scopo? È un enigma indecifrabile, non ci sono punti di riferimento, le farfalle imitano qualsiasi figlio del tangibile, qualsiasi cosa.

D’autunno le farfalle imitano i fiori e le foglie.

I fiori rosa, inventati per ozio nei tenui tè pomeridiani, e i fiori bianchi, pescati dai ricordi del presente, son caduti.

Le foglie verdi, così vivaci col bel tempo, si sono mascherate di giallo per la vergogna di chi muore e pian piano si celano alle altre nel dirsi addio.

I rami sottili, gelidi cuori levigati dalla fatica di altri inverni, già sanno che per qualche mese dovranno abbracciare il cielo nudi e da soli.

La Lagerstroemia è una pianta meravigliosa, una delle mille figlie della bellezza, la bellezza che stupisce, la bellezza che non vorrebbe essere bellezza, la bellezza che va celata. Per questo il suo nome è duro e secco, saggiamente deciso dalla fredda penna svedese di un botanico nel millesettecentocinquantotto. Tutto ciò affinché venisse preservata, ma non basta. La Lagerstroemia viene calpestata: le mosche scorrazzano, sbavano e vomitano su ogni foglia; i ragni tendono trappole da sciacalli sui rami più alti; le formiche del lampione depredano continuamente la corteccia che si frantuma in placche per farci eliche di aeroplani e calci del fucile. Il messaggio è chiaro: la guerra inizia dalle manovre commerciali, chi lo capisce subito sarà un nemico all’altezza.

Vengono, prendono, si mettono in fila. Non si scambiano parole, non si guardano negli occhi. Nessuno cambia idea rispetto alla direttiva generale.

L’andirivieni perdura da diversi giorni, il generale Afidus ha dato ordine di non fermare la carovana neanche nelle ore notturne, ogni millimetro di corteccia deve essere scotennato prima dell’inverno.

Sua Maestà Formica lo esige.

La colonia lo esige.

La formica operaia pure.

E non ha altra scelta.

Il generale su sei zampe ha le sue ragioni, le mosche iniziano a diventare troppe. In meno di una settimana quel dissoluto di un Arenario Dittero ha ingravidato centosessantaquattro giovani femmine, ordinando loro di nascondere milioni e milioni di larve-mosca nella pancia del furetto opaco, un enorme cadavere posizionato supino a sette virgola quattro decametri dal formicaio, meno della distanza consentita per lo stazionamento di un popolo di altri insetti. Distanza regolamentare che le mosche non si degnano di rispettare. È fra le radici della Lagerstroemia che si adagia il luogo in cui il mammifero scelse di morire, proprio lì, sotto le fronde, incantato dalla sua tristezza.

Ah, la bellezza! Non è bastato al piccolo seme olivastro scappare dal Vietnam in fiamme e nascondersi nel giardino innocente di un innocuo soldato americano per sfuggire alla guerra.

Essa, la guerra, è capillare, è un fulmine che dalle cime delle montagne si disperde e raggiunge i più piccoli esseri della terra.

La guerra è sempre una guerra lampo, arriva all’improvviso e d’improvviso c’è da sempre, ti volti un attimo e stai fuggendo verso luoghi irreali, ti fermi a ricordare e non sai più cosa è fantasia. Gli insetti sono piccoli, e forse questa loro piccolezza può ben descrivere quanto sia impalpabile l’improvviso, può ben farci capire di che natura sia la guerra.

Ma sbrighiamoci dietro ai fatti, aggrappiamoci all’oggettivo, perché le cose precipitano in fretta e le parole devono correrci dietro tralasciando i dettagli e i fiori.

Un cacciatore, un veterano dei marines, spara a un furetto nel bosco.

Non lo uccide.

Questi fugge

Si aggrappa fin che può alla stagione della vita, ma l’autunno è spietato e reclama il suo rosso.

La striscia di sangue giunge come una carovana di formiche fino alle radici della Lagerstroemia.

La morte del grande animale riempie una piccola e svolazzante mosca di pensieri di vita.

Il sesso è selvaggio, l’insetto si inorgoglisce.

Il nome Dittero non morirà mai, le larve già sognano dall’intestino furettoso futuri di radiose riproduzioni.

Le formiche s’insospettiscono, s’organizzano, s’armano e danno battaglia.

Dal celeste roseo giallo pallido dell’alba al rosso del tramonto mosche e formiche s’ammazzano, ragni mangiano.

Nessuno sopravvive eccetto una larva di mosca e una larva di formica. Diventeranno regine o generali, figlie di assassini con e senza medaglia, e si uccideranno ancora, ancora e ancora, finché la Lagerstroemia non sarà caduta e le farfalle piangeranno come in ogni autunno, imitandone i fiori e le foglie cadenti, stramazzando al suolo nella speranza di un unico ed antico ideale, quello della bellezza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...