La terra del carbone

di Andrea Calini

Zona grigia, terra di carbone: la scoperta di numerosi giacimenti del combustibile fossile ha segnato la fortuna di cui il Donbass ha goduto negli ultimi secoli. Zona di confine, schiacciata tra l’ingombrante presenza sovietica e le antiche aspirazioni di libertà e indipendenza. Zona di conflitto, di una guerra che sembra congelata ma nella quale si continua a sparare e a morire, che come altri conflitti nelle regioni di frontiera dello spazio post-sovietico rimane nel limbo. Quattro anni sono passati dalla fuga di Yanukovich, dai referendum, dall’inizio del conflitto armato. Una guerra che ha radici profonde nel passato della regione del Donec, nella storia dell’Ucraina e nel rapporto di quest’ultima con la Russia, attrice protagonista e bandolo della matassa delle vicende che riguardano quella parte di mondo. Sostegno fisico, materiale, muscolare (per esempio alle repubbliche separatiste autoproclamatesi indipendenti già nella tarda primavera del 2014) ma anche e soprattutto ideologico. 

Il rapporto con Mosca non è semplice, è segnato dalla storia recente dei due paesi: industrializzazione, migrazioni, terrore staliniano e successivo periodo di stagnazione hanno caratterizzato la diffidenza nei confronti sia del gigante ex sovietico sia nei confronti di Kiev. Da ciò capiamo che il processo di autodeterminazione e di autoidentificazione procede su binari non etnico-culturali ma bensì economico-territoriali. «L’idea di essere il cuore industriale del paese, sfruttato e mai ricompensato a sufficienza ha favorito, infatti, il costante risentimento verso il centro di potere. […] Al referendum di dicembre 1991 Donetsk e Lugansk votarono a grande maggioranza per l’indipendenza ucraina, ma già a partire dal 1994 i rapporti con Kiev iniziarono a deteriorarsi. Più che la presenza di una consistente minoranza russa, fu l’idea che a un centro di potere che sfruttava la regione (Mosca) se ne fosse sostituito un altro (Kiev) ad avere contribuito al consolidamento elettorale del Partito Comunista negli anni ’90 e alle crescenti domande di indipendenza e autonomia regionale.»1 

La specificità di questa regione, del suo odierno conflitto e della costruzione di un’identità nazionale unificante, l’intreccio dialettico di rapporti tra la capitale e la periferia, il ruolo principale giocato dal Partito delle Regioni (di cui faceva parte l’ex presidente Yanukovich, partito legato all’elite e agli oligarchi del Donbass) nel creare di fatto uno stato nello stato, la “rivoluzione arancione” del 2004 e le sue politiche di ucrainizzazione. 

Il resto è storia recente. «Il cambio di potere e la fuga di Yanukovich hanno avuto un doppio effetto. Da una parte si è creato un vuoto di potere, seppur temporaneo, a Kiev. Dall’altra, il potere clientelare del PdR in Donbass si è rapidamente disgregato in diverse fazioni intorno alle figure più influenti come gli oligarchi. […] Tra marzo e aprile 2014 circa il 61% degli abitanti di Lugansk e il 70% di quelli di Donetsk vedevano Maidan (e cioè la serie di manifestazioni cominciate in Ucraina nel novembre 2013 all’indomani della sospensione, da parte dell’allora governo ucraino, di un accordo di associazione tra Ucraina e Unione europea) come un colpo di stato orchestrato dall’occidente, mentre la media per le altre regioni del sud-est si attestava intorno al 38%.»[1] Pluralità di fattori, incrocio di storie da districare per comprendere criticamente l’ennesima guerra silenziosa che insanguina le regioni dell’Est Europa.


[1] Dall’articolo UCRAINA: Alla ricerca delle cause della guerra in Donbassdi Oleksiy Bondarenko 

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