La guerra bianca

di Francesco Marinoni

Sono passati ormai 12 anni da quando, nel 2006, l’allora presidente messicano Felipe Calderón dichiarò ufficialmente guerra ai cartelli messicani della droga. I numeri del conflitto danno solo un’idea della violenza che lo ha fin da subito contraddistinto: i morti da allora sono almeno 255.000 e nella prima metà del 2018 si registra purtroppo un aumento (+ 28 %) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, che già aveva segnato un record negativo in termini di vittime. Dai dati raccolti da Semáforo Delictivo e Lantia Consultores risulta una spaventosa media di 3,7 morti ogni ora, a cui si aggiungono le centinaia di migliaia di feriti e sfollati che la guerra genera in Messico e negli stati del Centramerica. È infatti lungo l’asse Sudamerica – Messico che corre la tratta della pasta madre per la produzione di cocaina, proveniente principalmente da Colombia, Perù e Bolivia. Questa viene poi lavorata in Messico per produrre la droga che alimenta il mercato USA (che vale circa 300 tonnellate annue) ed europeo (200 tonnellate), con un conseguente guadagno stellare per i cartelli (un chilo di coca costa 4.500 $ per la produzione e viene rivenduto negli Stati Uniti per cifre fra i 110.000 e i 150.000 $). Se si aggiungono l’eroina (di cui il Messico è attualmente il terzo produttore mondiale, con numeri vicini a quelli del mercato asiatico) e le droghe sintetiche, ci si può forse fare un’idea della ricchezza e della potenza dei cartelli messicani. Per fare un esempio, si stima che la flotta aerea del cartello di Sinaloa sia più grande di quella di Aeromexico, la compagnia di bandiera del Paese. 

La strategia finora adottata dal governo messicano è quella di una repressione dura, con lo scopo di arrestare i vertici dei cartelli nel tentativo di indebolirli. In realtà però, nonostante grandi nomi come El Chapo si trovino in carcere, il risultato principale è stato quello di alimentare lo scontro fra le fazioni che controllano le diverse regioni del Paese che ne sono uscite rafforzate nel loro complesso. Senza contare che naturalmente queste lotte intestine hanno determinato un ulteriore escalation della violenza del conflitto. 

La linea dura non paga, perché la forza dei signori della droga è molto più radicata e difficile da contrastare: la vera chiave del loro successo è infatti la corruzione, che garantisce loro impunità e percorsi agevolati per portare avanti gli affari. A questo poi si aggiungono il fiorente scambio armi – droghe con gli Stati Uniti lungo il confine di Stato e la stretta collaborazione con organizzazioni criminali di altri paesi, tra cui spiccano per esempio famiglie appartenenti alla ‘ndrangheta e alla camorra: i canali di esportazione passano infatti spesso per l’Italia per raggiungere il mercato europeo, così come avveniva in passato con i cartelli colombiani. 

I narcos sono diventati a tutti gli effetti un’azienda su scala mondiale ma non hanno mai perso il contatto con il loro territorio, fatto di comunità isolate di contadini che sono il punto più basso nella loro gerarchia ed essenziali nel processo di produzione di cocaina ed eroina. In queste realtà molto povere le organizzazioni criminali hanno una forte presa sulla popolazione, che si sente spesso abbandonata dallo Stato e preferisce affidare a loro la propria sopravvivenza. La presenza statale infatti viene spesso percepita in modo negativo, perché si manifesta essenzialmente negli episodi di violenza da parte della polizia che finiscono per ricadere su tutti. Se a questo si aggiunge una progressiva mitizzazione di figure come El Chapo, che è stato in grado di fuggire da una delle carceri di massima sicurezza messicani, il gioco è fatto: le organizzazioni crescono e si alimentano anche attraverso questa narcocultura, sulla scia di quello che fece Pablo Escobar in Colombia ricostruendo i quartieri popolari di Medellín con il denaro sporco del traffico di droga. 

Secondo il sociologo Anthony Giddens, la propensione a delinquere nasce essenzialmente dalla comunità in cui si cresce e ai rapporti interpersonali che si sviluppano: in certi contesti, la strada del crimine risulta essere a volte l’unica percorribile ed è in questa chiave che va interpretata la narcocultura. Fino a che i cartelli offriranno lavoro, anche se a basso costo, troveranno sempre nuovi affiliati. E una volta entrati nel giro diventa impossibile uscirne: è infatti essenziale per la sicurezza dell’organizzazione che non esistano pentiti, per cui le punizioni per i “traditori” sono inflessibili ed esemplari. Il clima di paura in alcune regioni del Messico è tale da creare un clima di omertà e rispetto imposto, che contribuisce a rendere intoccabili i signori della droga. 

Nelle ultime elezioni è stato eletto presidente Andrés Manuel López Obrador, che in campagna elettorale ha promesso un cambio di strategia nella guerra al narcotraffico: il suo obiettivo dichiarato è combattere la corruzione che dilaga in numerosi settori favorendo soprattutto i cartelli che hanno l’appoggio di esponenti politici. Il presidente si insedierà a dicembre e allora solo da allora potremo dire se la sua elezione rappresenterà finalmente una svolta positiva per il Paese, dopo tanti anni di violenza e morti. 

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