Il lato nascosto dei conflitti

di Sofia Burini

L’atrocità della guerra è un argomento sempre d’attualità: si tratta di un tema riguardo al quale non finiscono mai, purtroppo, le novità, i dibattiti, i casi da esaminare. Per questo motivo, spesso, le conversazioni diventano monotone, dando l’impressione che il corso degli eventi sia immutabile, costante e, per quanto trovi l’opposizione e il desiderio di miglioramento da parte della maggior parte delle persone, un dato di fatto, disprezzato quanto invariabile. Nel detestare quotidianamente un fenomeno che crea, come effetti più evidenti, un numero sempre maggiore di morti, spesso passa in secondo piano l’insieme di crimini meno evidenti che si perpetuano nelle regioni in guerra, condannati dal diritto internazionale ma che restano spesso comunque impuniti. 

A dimostrarlo è l’assegnazione, lo scorso ottobre, del premio Nobel per la Pace a Denis Mukwege e Nadia Muradle, che si occupano di combattere la pratica delle violenze sessuali durante i conflitti armati, uno di questi strumenti di guerra diffusi e poco combattuti. Il lavoro dei due attivisti si inserisce in due contesti di guerra, la Repubblica Centrafricana e il Medio Oriente, tra i più complessi, all’interno dei quali questi crimini sono tanto frequenti quanto taciuti. Nonostante vengano registrati comportamenti sospetti nei verbali di guerra e dalle numerose agenzie internazionali (quasi tutte quelle presenti sui territori) che raccolgono dati e testimonianze sui crimini sessuali compiuti in queste regioni, ci sono voluti anni perché molte violenze venissero riconosciute. Spesso perché non se ne parla per evitare ulteriori umiliazioni alle vittime, spesso perché questi casi arrivano nei tribunali, solitamente in quelli della Corte Penale Internazionale (CPI), addossati ad imputati con altri capi di accusa, che vengono processati per crimini più evidenti e le cui prove sono già state raccolte.   

Una delle più importanti raccolte di indagini riguardo i crimini di guerra è quella realizzata da Zero Impunity, un progetto di investigazione ed attivismo che si occupa di diversi casi nei quali sono coinvolte vittime e carnefici provenienti da diversi continenti. I crimini di cui parla il progetto hanno avuto luogo in Africa, Medio Oriente, America ed Europa e sono stati subiti da oppositori di regimi, civili o giornalisti: ciò che li accomuna è soprattutto la difficoltà nell’ottenere un processo, motivo per il quale i membri di Zero Impunity li hanno raccolti cercando di dare loro una voce comune. 

La prima condanna di un militare per violenze sessuali come crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nella Repubblica Centrafricana risale al 2016. Quattordici anni dopo l’istituzione della CPI, che ha preso in considerazione solo un terzo dei casi che vedevano gli accusati coinvolti in violenze sessuali e ha assolto due terzi degli imputati, concentrando i propri sforzi solo sui casi che hanno avuto maggiore rilevanza mediatica, come quelli dei bambini soldato. La condanna rappresenta un evento storico, se si considera che i processi raramente vengono trattati dalla Corte e che le vittime, quando chiamate a testimoniare, lo fanno attraverso uno schermo, mentre si trovano dall’altra parte del pianeta. Nella Repubblica Centrafricana, inoltre, sono entrati in azione anche i soldati francesi, che non sono però stati giudicati dalla CPI poiché, per accordi con il governo locale, potevano essere sottoposti ad accuse solo nel loro Paese d’origine. Nonostante nei verbali sia riportato il sospetto più che fondato che la prostituzione minorile fosse all’ordine del giorno (di casi isolati si parla con certezza) e ci siano bambini che probabilmente sono stati concepiti durante questi rapporti, l’Ispezione generale delle forze armate di Parigi non ha mai indagato a fondo sulle violenze (evitando, per esempio, di fare il test del DNA ai bambini ritenuti figli di militari francesi) e ha liquidato la questione dichiarando semplicemente che i soldati non potevano avere rapporti sessuali con i bambini del campo profughi vicino a causa della mancanza di possibilità di trovare intimità in quel territorio.  

Nei rapporti sulla primavera siriana e nelle indagini compiute dai militari americani in Pakistan dopo l’11 settembre 2001 viene narrato un quadro piuttosto simile. In queste situazioni l’abuso sessuale è diventato una forma di tortura autorizzata dalle forze militari: in un caso contro coloro che si ribellano al regime, nell’altro contro gli indagati per terrorismo (entrambe le categorie sono considerate come “terroristi” dai carnefici). L’abuso è stato utilizzato come mezzo per piegare la volontà delle persone, come umiliazione per ottenere una confessione dai militari americani e come minaccia contro i ribelli, le loro famiglie e i loro figli per sedare rivolte, ottenere confessioni e fare pressioni da parte del regime siriano.  

Quello che emerge, infine, da questa inchiesta, è che nessuno rimane escluso dalle violenze e dalle accuse. In Ucraina lo stupro è uno strumento dei militari per allontanare chi, facendo il proprio mestiere, cerca di raccontare la guerra, mentre l’ONU, che spesso figura come soggetto che indaga in favore delle vittime, risulta in altre indagini come l’organo che fatica a punire i suoi dipendenti quando coinvolti in abusi sessuali. 

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