Il dramma dimenticato del Sud Sudan

di Sara Bartoleni

Il travagliato percorso per l’indipendenza del Sud Sudan dal governo centrale dello Stato affonda le proprie radici nella metà dello scorso secolo: tra il 1955 e il 1972 il territorio è devastato dalla prima guerra civile, espressione della maggiore autonomia regionale rivendicata da una minoranza di separatisti meridionali. Tale conflitto è noto anche come “la ribellione di Anyanya” o “Anyanya I” (letteralmente “veleno di serpente”), nome dell’armata indipendentista protagonista dello scontro armato. Nel 1972 però, nonostante un tentativo di accordo, le tensioni non si quietano del tutto; la seconda guerra civile, fra 1983 e 2005, si delinea infatti come una prosecuzione della precedente e arriva a diffondersi sulle montagne di Nuba e del Nilo Azzurro al termine degli anni ottanta. 

Il Comprehensive Peace Agreement, secondo accordo di pace, è sancito il 9 gennaio 2005: stabilisce la fine dell’ostilità tra le fazioni del nord e del sud del Paese, attraverso la convocazione di un referendum sulla separazione del secondo entro sei anni dalla firma del trattato; l’eventuale proposta di autonomia prevede poi la costituzione di uno Stato sovrano nell’area in sei mesi. La nuova Repubblica del Sud Sudan nasce così nel 2011, anche grazie alle ingenti risorse petrolifere in grado di sostenere la sua giovane economia. I due principali leader del Paese, il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar, non tardano però ad insorgere per l’ennesima volta, contendendosi il controllo del Governo e del loro partito, chiamato Movimento per la liberazione del popolo sudanese. Il vicepresidente è costretto ad allontanarsi per evitare di essere freddato ed una parte dell’esercito lo appoggia: dopo una prima fase della guerra, durata trenta mesi, e numerose sollecitazioni della Comunità Internazionale, nell’agosto 2015 viene costituito un governo di transizione. La svolta si ha nell’aprile dell’anno successivo, quando Machar rinnova la propria carica: lui e Kiir non riescono però nell’intento di convivere pacificamente nella capitale e portano la situazione a livelli estremi, con la riapertura del conflitto. Le forze fedeli al presidente sono numericamente inferiori e non dispongono della stessa potenza di fuoco rispetto a quelle del campo avversario, ma acquistano elicotteri e reclutano miliziani. 

Nell’aprile 2018 quindici persone operanti nel settore petrolifero in Sud Sudan sono sanzionate dal Dipartimento del Commercio di Washington; la mossa è mirata alla riduzione delle entrate provenienti dal petrolio, poi investite nell’acquisto di armi e del finanziamento di milizie. Altre minacce di sanzioni per il Sud Sudan giungono poi dal presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahamat, il quale dichiara di essere pronto a ad applicare severe misure nei confronti dei leader intenti a far deragliare il processo verso la pace. L’organo temporeggia però sull’istituzione di una Corte che giudichi le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra commessi durante i più di quattro anni di conflitto. La replica del governo sud sudanese non tarda ad arrivare: il portavoce del ministero degli Esterni, Makol, afferma che minacciare restrizioni non porta alla risoluzione del conflitto, in quanto è necessario incoraggiare l’intervento dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo e dei membri della Comunità Internazionale.  

Contenere l’insurrezione popolare sembra impossibile: l’8 luglio si spara nuovamente a Juba, nella capitale del Sud Sudan, e si può solo stimare il bilancio delle vittime: fonti locali parlano di più di trecento morti. 

Neanche la missione ONU va a buon fine: concepita inizialmente per assistere il territorio nel “consolidamento della pace”, con oltre dodicimila caschi blu, non riesce a fermare l’escalation di violenza, sebbene questa fosse annunciata da numerosi osservatori. 

Tentando di rafforzare le restrizioni contro la diffusione di armi e servizi difensivi, gli USA hanno chiesto il divieto della vendita anche da parte dei Paesi confinanti; l’amministrazione Trump spera di poter contare sul Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per imporre un blocco che coinvolga tutta la Comunità Internazionale, come proposto già dall’ex presidente Obama.  

Si tratta di una guerra combattuta nel silenzio, della quale si parla troppo poco e in cui, ancora una volta, quelli che ne devono sopportare più faticosamente le conseguenze sono i civili. La popolazione è allo stremo, ha contato più di 1400 vittime nel solo 2011, oltre ad innumerevoli casi di violenza e abuso tra il 2013 e il 2015. Al momento due milioni e mezzo di persone del Sud Sudan sono rifugiate nei sei Paesi limitrofi: una cifra impressionante, se si considera che equivale ad un terzo dell’intera popolazione della regione. 

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