Generazioni perdute

di Beatrice Marconi

Sono passati ormai cento anni dalla conclusione della Prima Guerra Mondiale e se la sofferenza del vivere durante un conflitto rimane viva ormai nei ricordi di pochissimi (almeno in Italia), ciò che nell’immaginario popolare permane è il suo volto romantico e vagamente epico. In particolare,  un’espressione di successo in questo senso è quella di Lost generation (“generazione perduta”), con cui Hemingway e alcuni libri di storia e letteratura indicano quel gruppo di ragazzi che raggiunsero la maggiore età, loro malgrado, proprio negli anni del primo conflitto mondiale. Un analogo successo ebbe in Italia la definizione “i ragazzi del ‘99”, classe ispiratrice di svariati canti di guerra e commemorazioni di ogni tipo.

La materia bellica è però una delle favorite della cultura popolare e letteraria non solo dal secolo scorso ed è appunto uno degli esempi di questo gusto particolare di cui si vuole trattare con questo articolo.

Tra i secoli XI e XIII, il genere della canzone di gesta (chanson de geste) conosce in Francia una grandissima fortuna ed è la trasposizione letteraria del matrimonio fra gli ideali della cavalleria e quelli della cristianità, genitori della figura del miles christianus (il soldato cristiano). Sono infatti le crociate a fare da sfondo a questo genere letterario, in particolare alla Chanson de Roland (Canzone di Orlando) e alla Chanson de Guillaume (Canzone di Guglielmo). La crociata nelle due canzoni, però, è in realtà solo un pretesto per un’analisi sociale più o meno esplicita e consapevole, che, come vedremo, prende posizioni distinte circa il vizio, comune a più epoche, di nobilitare in qualche modo il sacrificio di giovani uomini (o, peggio, lo sterminio di un’intera generazione) in nome di un ideale superiore.

Nell’epica francese la guerra viene vista dai giovani come un’avventura, un’occasione di formazione e  di ricerca di un proprio posto (in senso sia sociale sia fisico) al di fuori di un regno in cui tutte le terre sono già di proprietà dei vecchi: si noti infatti che questi ultimi, al contrario dei giovani, nella Canzone di Orlando non sostengono la guerra ad oltranza, perché hanno ricchezze e possedimenti a cui ritornare.

Alcuni avranno la memoria scolastica di uno dei passi conclusivi della Chanson de Roland, in cui il corpo del paladino viene portato in paradiso dall’arcangelo Gabriele. La canzone si conclude con il pianto di Carlo Magno, gravato dall’età e dalla solitudine, per la morte del cavaliere. Facendo un bilancio dell’intera canzone si noterà che tutti i giovani sono morti e che, di conseguenza, è ancora la generazione precedente a detenere il potere e a possedere i territori. Già analizzando questa prima canzone vediamo come la morte di Orlando (letta spesso come un vero e proprio martirio) non abbia in realtà valore salvifico per gli altri guerrieri: la sua ascesa al cielo è un debole palliativo per la tragedia dello sterminio della retroguardia di cui faceva parte, che rimane drammaticamente terrena e umana.

L’aspetto dell’inutile sacrificio dei giovani, che non ha nulla di mitico, si ritrova in modo ancor più evidente nella Chanson de Guillaume. In questa seconda canzone, a fare da sfondo alla drammatica battaglia tra cristiani e saraceni è l’arida piana di Larchamp, in cui, con un esiguo numero di uomini, Viviano, nipote di Guglielmo d’Orange, cerca di non soccombere ai saraceni in attesa dei rinforzi dello zio. La morte del giovane è assolutamente straziante, senza fronzoli epicheggianti e, come scrive Cingolani in un suo articolo[1]: «il giovane eroe è solo con se stesso e con la morte, non c’è nulla di grande o di esteticamente mirabile in questo, non c’è null’altro che un uomo sicuro di una fine orribile». Ancora peggiore è il momento della morte di Guiscardo, altro giovane personaggio della stessa canzone, che, vinto dalla disperazione, abiura addirittura la fede nel Dio cristiano.

È difficile, a maggior ragione in così poco spazio, analizzare in modo completo un genere e un immaginario tanto complessi e ricchi, ma, se non tutti possiamo essere filologi, è un dovere di ognuno fare uno sforzo di memoria ed empatia.


[1] Carlomagno e Guglielmo d’Orange. Vecchiaia, giovinezza e morte alle origini della letteratura francese

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