Femmine mancate

di Beatrice Marconi

Era il 3 giugno 1968 quando Valerie Solanas cessò di essere una scrittrice e un’attivista femminista radicale per diventare la fanatica senza nome che sparò ad Andy Warhol. Questo gesto estremo la consegnò alla damnatio memoriae del femminismo stesso, che, già oggetto di fraintendimenti e stigmatizzazioni, non poteva permettersi alcun legame con una figura tanto scomoda. Torniamo indietro di circa un anno. È il 1967, la quasi-omicida si chiama ancora Valerie e vende agli angoli delle strade un pamphlet autoprodotto intitolato S.C.U.M. Il prezzo è di 25 cent per le donne, di 1 dollaro per gli uomini e l’incipit grida: «In questa società la vita, nel migliore dei casi, è una noia sconfinata e nulla riguarda le donne: dunque, alle donne responsabili, civilmente impegnate e in cerca di emozioni sconvolgenti, non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione globale e distruggere il sesso maschile». In queste prime parole pare di scorgere una risposta (anche se in ritardo di sessant’anni) ad un ben più celebre scritto di Marinetti, in cui si leggeva: «Noi vogliamo glorificare la guerra-sola igiene del mondo-il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna». In realtà altri echi del Manifesto futurista si trovano nel testo delirante e sboccato della Solanas, che capovolge ironicamente il gioco di ruolo dei sessi attribuendo, forse per la prima volta, la debolezza al maschio. Il ritratto che la scrittrice fa del sesso maschile è infatti mortificante: lo definisce «emotivamente storpio» ma «inadatto persino a fare lo stallone», «intrappolato in una zona d’ombra fra l’essere umano e la scimmia» ed anche, con in tono palesemente vendicativo, «femmina mancata». Queste mancanze dell’uomo sono per la Solanas alla radice di un elenco di colpe, al cui primo posto spicca proprio: «Guerra. […] Essendo incapace di comprensione umana, di compassione, di identificazione con gli altri, ritiene che la dimostrazione della propria virilità valga il sacrificio di un gran numero di vite, compresala sua». Eppure, nonostante la guerra sia dominio del maschio, la Solanas non ritiene quest’ultimo nemmeno degno di essere indicato come nemico della femmina. Scrive infatti: «Il conflitto […] non è tra femmine e maschi, ma tra SCUM–le femmine dominatrici, determinate, sicure di sé, cattive, violente, egoiste, indipendenti, orgogliose, avventurose, sciolte, insolenti, che si considerano adatte a governare l’universo, che hanno scorrazzato a ruota libera ai margini di questa “società” e che sono pronte a procedere speditamente oltre a ciò che essa ha da offrire–e le garbate Figlie di Papà, passive, accomodanti, “colte”, gentili, dignitose, sottomesse, dipendenti, timorose, mentecatte, insicure, avide di approvazione, incapaci di sporgersi verso l’ignoto, contente di sguazzare nelle fogne, desiderose di rimanere allo stadio scimmiesco». Pur potendo trovare lo S.C.U.M. un semplice esercizio di stile, a questo punto ci si potrebbe chiedere che valore dare a questo manifesto cinquant’anni dopo. Se è vero che dal punto di vista letterario è solo uno dei tanti testi che destarono scandalo, da una prospettiva etica risulta problematico. Il femminismo deve fare i conti con una sorta di negazionismo in scala ridotta, non temendo di mostrare una figura controversa come Valerie Solanas, il cui testo è stato tradotto integralmente in italiano solo quest’anno. Nell’introduzione all’edizione curata da Stefania Arcara e Deborah Ardilli per Morellini Editore si legge infatti: «Il nome di Valerie Solanas, ancora oggi, segna il limite di rispettabilità e ragionevolezza che il femminismo deve osservare per essere tollerato». La Ardilli, intervistata dal Corriere della Sera, tocca però un altro tema rilevante: «L’umorismo è un “terreno di potere” […]. Solanas fa un’operazione inedita, e molto potente perché esclude qualsiasi atteggiamento vittimistico, nel momento in cui usa l’umorismo per denunciare i rapporti sociali di potere basati sul sesso. Questa operazione la compie da scrittrice isolata, senza avere alle spalle una tradizione di satira femminista che oggi invece esiste e, soprattutto fuori dall’Italia, ha acquistato una certa visibilità». Di questo testo va quindi sicuramente salvata l’ironia, che resta per qualsiasi lotta una meravigliosa arma, molto migliore della pistola che Valerie avrebbe impugnato nella Factory.

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