Di tutti

di Andrea Calini

La sua origine rimane avvolta in un nebbioso racconto, fatto di invenzioni e compromessi. È l’invenzione di una tradizione. È proprio una canzone gomitolo, questa Bella ciao. Ben poco cantata durante la guerra partigiana–se ne hanno testimonianze, ma zoppicanti, nella regione dell’arco appenninico bolognese e modenese–ma risorta e innalzatasi a canzone di tutto il movimento resistente quando vennero deposte le armi. E oggi addirittura rinnegata ed abiurata da alcune forze “democratiche” che dovrebbero rappresentarci. Troppo legata ad un colore, strumentalizzata per decenni da un mondo politico intransigente. Ma in quegli anni dov’erano gli altri democratici? Perché nessuna battaglia per rivendicarne la legittima paternità? Nebbia anche qui. E la nebbia è un elemento forte, se si parla di Bella ciao: se non è possibile risalire scientificamente al padre del testo e della melodia, possiamo invece affermare con certezza(confortati dalle autorevoli parole di Roberto Leydi, il massimo storico della canzone popolare italiana) che la sua genealogia va ricondotta all’incontro di diverse composizioni popolari e contadine dell’aerea padana. Non è facile ripercorrere con precisione gli antecedenti: l’iterazione del “ciao” nel testo e la struttura musicale rimandano al canto bergamasco-bresciano La me nòna l’è vecchierella(ci siamo anche noi in Bella ciao!), il corpus testuale in generale invece si riferisce a Fior di tomba. C’è spazio anche per un elemento quasi leggendario. Pare che esista una canzone klezmer (la musica tradizionale delle comunità ebraiche ashkenazite di lingua yiddish che popolavano i ghetti delle città tedesche) chiamata “Koilen”, la cui melodia ricorda da vicino quella di Bella ciao. In questo caso un nome ce l’avremmo pure e sarebbe quello del fisarmonicista zingaro Mishka Tsiganoff (anche se l’evidente matrice della parola “zigano” nel cognome del musicista porta a credere che si tratti di un falso),che nel 1919giunse in America su di un transatlantico con una valigia e, forse, una canzone immortale. Se, come abbiamo visto, la vicenda della nascita di Bella ciao non è ricostruibile con sicurezza, rintracciabile senza problemi è la storia della sua fortuna e diffusione in tutto il mondo. Negli anni’40 e ’50 i paesi liberatisi dal calcagno fetente dell’occupazione nazifascista organizzavano dei festival di qualche giorno dedicati a spettacoli, musica e dibattiti. Animati principalmente dalle forze di sinistra dei rispettivi paesi, si chiamavano “Festival mondiali della gioventù democratica”. Il primo si tenne a Praga, nel ’47. La delegazione italiana era composta da alcuni giovani emiliani aderenti all’organizzazione giovanile del P.C.I. (chi meglio di loro poteva rappresentare, cantando, la Resistenza italiana?). Fu un trionfo. La facile comprensibilità del ritornello e il ritmo galoppante la resero pronta per l’esportazione. Venne tradotta in tantissime lingue ed adattata ai più diversi contesti. Pure negli ultimi anni, al di là della sterile polemica che accompagna il suo canto (solo in Italia, ovviamente), ha fatto da sfondo per lotte più diverse. Dalle manifestazioni del movimento americano di Occupy Wall Street a quelle di Istanbul di Piazza Taksim, dalle comunità zapatiste in Chiapas ai campeggi dei Pionieri (la gioventù comunista) a Cuba. E poi ancora i braccianti messicani sottopagati della California, le rivendicazioni del popolo curdo, la disperazione degli ucraini anti-Putin fino alle recenti manifestazioni francesi in memoria dell’attentato contro la sede di Charlie Hebdo. Insomma, la connessione storica tra lotta e coscienza antifascista e mondo del lavoro contadino si è allargata. Bella ciao si erge a monumento ora storico, ora a-storico. Ricorda a ognuno di noi la necessità e la giustezza della lotta. Unisce tutti nella convinzione profonda che un mondo antifascista è un mondo migliore. Bella ciao è di tutti

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