Chiamata alle armi

di Francesco Marinoni e Lorenzo Caldirola

«L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.» 

Così recita l’articolo 11 della Costituzione del nostro paese. Un testo figlio della fine della Seconda Guerra Mondiale, che riflette chiaramente il sentimento che si respirava in quegli anni. Da allora di guerre in Italia non se ne sono più combattute e il numero di coloro che ancora ricordano cosa volesse dire diminuisce ogni anno. Inevitabilmente la percezione di un conflitto vissuto sulla propria pelle si è persa, portando a una visione diversa rispetto a quella delle generazioni che ci hanno preceduto. 

Abbiamo quindi deciso di interrogare i giovani italiani su questa questione, allacciandoci anche alla proposta che ultimamente viene rilanciata di reintrodurre la leva militare obbligatoria (abolita nel 2004 con il governo Berlusconi). 

Inizialmente, per riallacciarci anche ai principi costituzionali citati sopra, abbiamo chiesto ai nostri intervistati se fossero a conoscenza della presenza di militari italiani su suolo straniero. Solo il 17 % è convinto del contrario, un dato tutto sommato positivo che evidenzia come quanto meno buona parte dei giovani sia informata che il nostro Paese, pur ripudiando la guerra, è impegnato militarmente in numerosi Stati, prevalentemente in Africa e Medio Oriente, nell’ambito di missioni internazionali di NATO e ONU. 

Analizzando invece l’opinione sulla legittimità o comunque l’accettazione del ricorso al conflitto armato in alcune situazioni, come prevedibile il sondaggio evidenzia che l’argomento in esame è molto dibattuto. In generale la metà degli intervistati si dichiara contraria mentre l’altra metà è favorevole a patto che la guerra sia uno strumento per difendere la libertà, che sia propria o altrui. 

Per quanto riguarda la reintroduzione della leva militare la proporzione è di circa un 70:30 di contrari. Indice che, fra coloro che non l’hanno vissuto, non sono in tanti a sentire la necessità di svolgere il servizio militare. Interessante è però constatare che la metà di chi si oppone alla proposta ritiene che possa avere un ruolo formativo: forse per i racconti dei genitori o per l’idea di disciplina ad essa associata, si tende a riconoscere alla leva in ogni caso un effetto sulla crescita personale. 

I contrari alla possibilità dell’obiezione di coscienza in caso di reintroduzione sono circa il 17% e, strano a dirsi, la metà di questi è composta da intervistati che si dichiarano contrari alla naja. Questo dato appare difficile da spiegare, si potrebbe interpretare ipotizzando che chi ha risposto così ritenga che se il servizio venisse reintrodotto sarebbe per un giusto motivo e dovrebbe essere quindi assolutamente obbligatorio per tutti. 

Il 70% degli intervistati si dichiara favorevole all’inclusione delle donne nella chiamata alle armi. Difficile stabilire se prevalga la posizione del “mal comune mezzo gaudio” o quella della parità dei sessi. Nel mondo sono comunque pochi i Paesi che lo prevedono: il caso più noto è quello di Israele, dove le donne devono prestare servizio per due anni (uno in meno rispetto agli uomini). Non va dimenticato però che si tratta di una delle nazioni dove la cultura militare è più incoraggiata e diffusa. 

Analizziamo ora i singoli item e le varie correlazioni. 

Il 65% degli intervistati è tendenzialmente contrario alla guerra anche nel caso in cui essa difenda la libertà, anche perché il concetto di libertà è stato volutamente presentato in modo completamente generico. Il nostro interesse era volto più che altro a individuare coloro che si dichiarano contrari all’uso delle armi a prescindere e chi invece ritiene che in alcune situazioni esso sia necessario. 

Solo il 40% dei rispondenti si dichiara favorevole a un intervento militare esterno contro un regime autoritario: su questo argomento pesano probabilmente i diversi casi di cattiva gestione di queste situazioni nei cosiddetti “punti caldi” (per esempio il Medio Oriente), che si sono spesso rivelati più dannosi che altro. 

L’ultimo caso che ci ha toccato da vicino è stato quello della Libia, dove dalla caduta del regime di Gheddafi il paese non è ancora riuscito a trovare un equilibrio. 

Per quanto riguarda questo item la percentuale di favorevoli all’azione militare è complessivamente maggiore rispetto a quella dei contrari. Magari il concetto di popolo non sarà più nitido come ai tempi delle grandi rivoluzioni, ma ancora tante persone si sentono in dovere di combattere per difendere la propria appartenenza a qualcosa di più grande, o quanto meno legittimano questa possibilità.  

Ponendo la domanda in modo più specifico sul nostro Paese, la percentuale di chi si sente pronto a combattere per l’Italia sfiora il 60 %, anche se la maggior parte di essi lo farebbe solo per difenderla da un’invasione. Questo entusiasmo patriottico non sorprende più di tanto e si inserisce abbastanza nel quadro di un crescente sentimento nazionalista, che esalta il senso di appartenenza al proprio Paese. 

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