Un tram che si chiama rivoluzione

di Paola Gea

«La democrazia è un mezzo ma non un fine: come un tram, si scende quando si è arrivati a destinazione» Recep Tayyip Erdoğan, 1996

La similitudine dell’attuale presidente turco si diffonde come un’eco stonata, in rapporto alle recenti dichiarazioni di Ozlem Tanrikulu, presidente dell’ufficio di informazione del Kurdistan in Italia.

Tanrikulu, in un’intervista all’Espresso dello scorso aprile, sostiene che l’istanza politica del Rojava[1] sia «democratizzare» il Medio Oriente, aprendo una via di convivenza pacifica fra i popoli siriano, iraniano, turco e iracheno.

L’attivista curda prende le distanze dalla dichiarazione di indipendenza del Kurdistan iracheno, in cui a prevalere è stata una «mentalità da clan»: l’obiettivo dei curdi siriani non è modificare i confini esistenti – non si tratta di espandere un dominio territoriale – ma mantenere l’integrità territoriale e diffondere i valori della democrazia confederale. Nella compagine mediorientale non si potrebbe immaginare una rotta più friabile e tortuosa. Eppure, la resistenza curda, prima a Kobane e poi a Raqqa, è riuscita a far deragliare l’oppressione del Daesh.

La lotta di autoliberazione portata avanti da YPG, YPJ[2] e civili casa per casa, a Kobane come ad Afrin, non si è limitata a contrapporre ai fascismi del Califfato e dello Stato turco una milizia coesa e combattiva: di fatto, da diversi anni[3] l’arma più preziosa della Resistenza del Rojava non risiede tanto nella lotta armata, quanto nel progetto vissuto di autogoverno locale. Da gennaio 2014 le Regioni Autonome di Cizre, Kobane e Afrin si sono dotate di una costituzione: la Carta del contratto sociale del Rojava.

Nella raccolta di saggi Rojava. Una democrazia senza Stato (Eleuthera, 2017), l’antropologo David Graeber scrive che gli allievi delle scuole di polizia curde, prima di poter mettere mano a un’arma, frequentano corsi di risoluzione non violenta dei conflitti e di teoria femminista.

Il protagonismo femminile è, oltre all’educazione civica e al dialogo, il grande motore del confederalismo democratico, un’officina a cielo aperto costruita dai curdi e dalle teorie del fondatore storico del PKK[4], Abdullah Öcalan, incarcerato a vita.

La presenza paritaria della donna curda si realizza nei principi di emancipazione e co-rappresentanza; «Come nell’esercito, anche in politica ci sono assemblee miste e altre solo femminili. Ce lo ha insegnato Abdullah Öcalan: nessuno può decidere sulle cose che riguardano le donne, se non le donne stesse. È questo il cuore della nostra rivoluzione» spiega alla stampa Bahia Morad, decana della casa delle donne di Qamishlo.

Nasce così la Jinealogia, scienza della donna (in curdo jin), che rivela la non naturalità e non legittimità del patriarcato e si oppone alle leggi dell’homo oeconomicus. La sfida del Rojava, la cui economia si basa prevalentemente sull’agricoltura, si concretizza, infatti, anche in un approccio economico anticapitalista, estraneo al mercato del petrolio e tradotto in ecologia e redistribuzione del reddito – tutti lasciti della teoria di ecologia sociale del pensatore anarchico Murray Bookchin.

Ma Bookchin è altresì l’ispiratore del municipalismo libertario, sistema di autonomia democratica che affronta le problematiche della vita sociale. Il suo nocciolo è «la Comune, un’assemblea territoriale in cui gli abitanti dell’isolato discutono i problemi, individuano le soluzioni ed eleggono i delegati che le porteranno al comitato più ampio deputato a implementarle»[5].

Decentramento amministrativo e democrazia diretta caratterizzano l’amministrazione politica non-statuale applicata nel Rojava, dove l’utopia rivoluzionaria è fuoriuscita dai libri, più forte di qualunque altro esperimento passato.

Quest’anno, con la complicità delle potenze da tempo impegnate nel conflitto siriano, Erdogan ha dimostrato ancora, con la presa di Afrin, di voler dirottare il tram di questa nuova forma di democrazia che fa impallidire le istituzioni dell’Occidente.

Tuttavia, come sottolineava Riza Altun[6] nel 2016: «Kobane è stato il punto di svolta». Punto di non-ritorno, il confederalismo democratico ha tracciato attraverso la testimonianza della città, risorta dalle sue macerie, una rotta indelebile nella storia mondiale e dimostra che esiste un’alternativa ai nuovi fascismi e ai loro spettri.


[1] Kurdistan Occidentale, da marzo 2016 Confederazione democratica della Siria del Nord. Regione a Nord e Nord-est della Siria, confinante con Turchia e Iraq.

[2] YPG, Unità di Difesa del Popolo e YPJ, Unità di Protezione delle Donne.

[3] Nel 1999 Abdullah Öcalan abbandona il marxismo-leninismo e aderisce al confederalismo democratico. Risale al 2007 la costituzione di una prima struttura politica (DTK, Congresso per una società democratica)

[4] Partito dei Lavoratori del Kurdistan, fondato il 27 novembre 1978.

[5] Antonio Senta, Guido Candela in “La pratica dell’autogestione” (Eleuthera 2017)

[6] Componente del KCK, Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan

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