Prospettive – Processi democratici

Il sogno del topo

di Samuele Togni

Il mio nome non vi interessa, o almeno a nessuno è mai importato un granché. Quando si rivolgono a me utilizzano l’appellativo «Ehi topo». Un topo. Che vale a dire un ladro, un mendicante, un buonoanulla. Un personaggio sgradito, ma ineliminabile. Almeno non sono un uomo e posso bazzicare nella fattoria senza rischiare la pelle.

Finché sto zitto lì mi tollerano. Perché se dovessi aprir bocca non amerebbero quel che direi. Direi che nulla è cambiato e che le nuove leggi che si sono scelti non sono tanto diverse da quelle che avevano prima, quelle dell’uomo. Certo, leggere “uguaglianza” fa un certo effetto, ma non bisogna crederci troppo: le leggi non si scrivono su carta, né sulle pareti di una stalla. Le leggi sono i tatuaggi sulla pelle dei fatti. E i fatti sono questi, che qualcuno lavora e qualcun altro tiene i frutti. 

Oggi ho fatto un sogno. Fattorie crescevano, una dietro l’altra; aumentavano in popolazione e ricavato, dopodiché morivano. Tutte quante. Quelle governate dagli uomini o dai maiali, fino a quelle comandate da macchine senza alcun tipo di fratellanza animale. Le fattorie, nel loro continuo processo di nascita e distruzione, ciascuna secondo un proprio principio diverso dalle altre, avevano qualcosa in comune. Una fune che nel sogno le univa come panni stesi al sole. Quando una di loro moriva, una fila di topi scorreva su quella fune, per andare da quella nuova.

Crescete, fattorie, città e nazioni: le zampe dei mendicanti sapranno sempre dove aggrapparsi.

Lavorerò di più

di Sofia Burini

Domani mi alzerò prima: se invece che alle cinque comincerò a lavorare alle quattro, potrò fare di più per il bene della fattoria. D’altronde, si sa, sono in buona salute e, ora che mi viene dato da mangiare più di quanto non mi desse il fattore Jones, posso fare di più. Il mio lavoro è più semplice e meno faticoso di quello dei maiali, che tutti i giorni si occupano di far funzionare la fattoria al meglio e sono gli unici in grado di farlo. Infatti, ci ha spiegato Clarinetto, ognuno deve dare secondo le proprie capacità e avere in base ai propri bisogni: per noi non sono necessarie le mele, anzi, ci fanno male, mentre il loro difficile lavoro intellettuale ne beneficia. I maiali sono più attenti alla nostra salute del fattore: sanno di quale e di quanto cibo abbiamo bisogno, ci danno le giuste razioni, più di quanto ci desse il fattore, e noi stiamo bene, quindi possiamo lavorare di più. 

Domani lavorerò di più, così riusciremo a ricostruire il mulino prima e la fattoria funzionerà meglio, perché, seguendo la saggia guida di Napoleone, di tutto ciò che produrremo con il nostro lavoro beneficeremo tutti, ognuno secondo i propri bisogni. Sono il cavallo più forte e il mio lavoro è importante: ognuno deve dare secondo le proprie capacità, e io posso dare di più, soprattutto ora che sono in buona salute. Lavorerò di più: è il solo modo per portare avanti la fattoria, a dispetto dei tradimenti di chi è stato in combutta con Jones e degli umani che ci hanno attaccati. Lavorerò di più: più lavoro, più produco, meglio cresce la produzione della fattoria, e quindi le condizioni di vita per tutti noi animali, che un giorno non avremo più bisogno di lavorare. Lavorerò di più: io non sono Benjamin, quel vecchio lazzarone, so che solo così posso fare davvero il bene. Lavorerò di più: Napoleone ha detto che è bene, e Napoleone, si sa, ha sempre ragione.

Ho già vinto

di Giulio Bonandrini

Sono un maiale. Ma che maiale eh. Intendiamoci. Il boss. Il capo. Una folta barbetta nera nasconde il mio doppio mento. La pancia, prima simbolo di lassismo, è diventata indice di maschilità. La sfoggio con orgoglio, di fronte alle telecamere e perché no, anche di fronte agli obbiettivi dei fotografi. Una copertina non si rifiuta mai. Sono un drago. Due parole e smonto il mondo. Chiedi? Ho la risposta pronta. Su tutto, so tutto. Le leggi? Le cambio. Le maiale? Me le prendo. I voti? Li raccolgo a piene mani. Sono il leader. Un maiale, solo al comando, che con sguardo penetrante scruta nella tempesta per trovare la giusta via. Vado a naso. Grufolo di qua, grufolo di là. Uno quasi al mio livello una volta ha detto “sono arrivato, ho visto, ho vinto”. Io di più, sono stra arrivato, ho stra visto e ho stra vinto. Che altro devo dire? Cos’altro devo dimostrare? I miei accoliti mi venerano, i miei nemici mi temono. Per le mie maiale sono l’unico, per i miei figli sono un modello. Ancora pochi mesi e faccio saltare il parlamento, inutile orpello. Basto io. Io che capisco. Io che so. Io che vinco. Io. Io. Io. Io. Votatemi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...