Not Guilty

di Beatrice Marconi

Cosa ci fanno insieme Bridget Jones (aka Renée Zellweger), la moglie di Zorro (aka Catherine Zeta-Jones) e un ufficiale gentiluomo (aka Richard Gere) fra i lustrini della Chicago degli anni Venti? Un musical di rara bellezza, naturalmente.

Prima scena: dietro le quinte di un nightclub Catherine Zeta Jones, nei panni della jazzista Velma Kelly, si affretta a lavarsi dalle mani il sangue del marito e della sorella, prima di entrare in scena con il suo numero And all that jazz. Uno spettacolo indimenticabile, soprattutto se si tiene in considerazione che si conclude con l’arresto della protagonista. Nel frattempo, dal fondo del locale Roxie Hart (Renée Zellweger) assiste alla performance e sogna il momento in cui potrà esserne protagonista, ma non si rende conto che l’uomo che le ha promesso di consegnarla alla celebrità la sta solo illudendo con continue promesse di provini inesistenti per avere da lei qualcos’altro. Il poverino non sa però quanto l’oggetto del suo desiderio sessuale possa essere “determinato” e infatti, quando in un momento di rabbia confessa a Roxie di averla ingannata, si ritrova una pallottola in corpo. 

Se è scandalosa la capacità di Velma di salire sul palco senza batter ciglio dopo un duplice omicidio, quella di Roxie di nascondere il proprio vero carattere durante l’intero processo è agghiacciante.

Velma ed i suoi modi da femme fatale non possono competere con gli occhioni azzurri ed i vestitini bon ton della protagonista, che riesce infatti a entrare nelle grazie di Billy Flynn (Richard Gere), l’avvocato più scaltro e più viscido di tutta Chicago (caratteristiche che gli hanno permesso di non perdere nemmeno una causa).

L’arma segreta di Billy è in realtà l’opinione pubblica e Roxie, sotto la sua guida, se ne guadagna il consenso e la pietà con candide menzogne e vestitini monacali: è finalmente la prima ballerina e non le importa se esserlo comporta essere un burattino nelle mani del proprio avvocato (meravigliosa la coreografia di We both reached for the gun, in cui Renée Zellweger, seduta sulle ginocchia di Richard Gere, assume le movenze di una marionetta).

Conquistata la stampa, il passo verso l’assoluzione è breve, ma mantenere i riflettori puntati verso di sé è un lavoro faticoso e spesso la biondina deve alzare la posta in gioco (non è certo l’unica graziosa assassina di Chicago), arrivando perfino a simulare una gravidanza.

Poi, dopo quasi un’ora di puro intrattenimento, il sorriso dello spettatore si congela. Hunyak, una delle detenute di cui viene raccontata la storia durante la canzone Cell block tango, viene condannata a morte per impiccagione. Hunyak non è abbastanza affascinante da far parlare di sé, né abbastanza ricca da permettersi i migliori avvocati, ma soprattutto nessuno capisce ciò che dice perché è un’immigrata ungherese e non ha ancora imparato l’inglese eccezion fatta per le parole “not guilty” (“non colpevole”), che comunque non possono essere comprensibili nella Chicago dipinta in questo film.

Hunyak è semplicemente (realmente) innocente e questo è un fatto troppo poco sensazionale per meritare l’attenzione della giuria. 

Così, mentre Velma e Roxie vengono assolte e raggiungono il successo come duo di jazziste assassine, Hunyak, sulla forca, si esibisce in un numero di sparizione ungherese: condannata al silenzio, può offrire solo la propria morte come intrattenimento e il pubblico, dopo un breve applauso, si scorda di lei per concentrarsi nuovamente sugli idoli di parole che ha scelto per sé. 

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