Nel mezzo del cammin di nostro Donald

di Mattia Guarnerio

Sono trascorsi quasi due anni dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali americane e dall’inizio del suo mandato, che ha marcato la definitiva conclusione dell’egemonia, nel mondo occidentale, della narrativa del centrosinistra liberale e della Terza Via, ispirata dai Democratici americani e percorsa per la prima volta dall’esperimento inglese del New Labour di Tony Blair nel 1997, e aprendo di fatto l’era del nuovo dominio mondiale delle destre. Nel biennio 2016-2018 il duopolio cristiano-socialista è stato scardinato e i conservatori ed ultra-conservatori hanno ottenuto risultati strabilianti, guadagnando un ampio e trasversale consenso: oggi sono al governo negli USA, nel Regno Unito, in Italia, in Polonia, in Ungheria, in Repubblica Ceca, in Austria, in Belgio, in Danimarca e avanzano in pressoché qualsiasi tornata elettorale, pure in nazioni come Svezia e Germania, considerate per tradizione le patrie e le roccaforti della socialdemocrazia.

Se nell’Est del Vecchio Continente i cosiddetti sovranisti sono ormai saldamente al comando, talvolta persino con metodi illiberali, il consolidamento del loro dominio va ancora registrato nelle nazioni che vantano una radicata tradizione liberal-democratica. Il primo, grande banco di prova al governo per l’area politica della destra populista è stato proprio quello di “The Donald”. Nei prossimi mesi quindi, a catturare l’attenzione mediatica dell’Occidente e del globo sarà la competizione elettorale delle elezioni americane di metà mandato, o Mid-term Elections, nelle quali il Partito Repubblicano, capitanato dal biondo tycoon, sarà chiamato a misurarsi ancora una volta con i Democratici e sarà il popolo a stelle e strisce a decidere se confermare la linea isolazionista, protezionista, anti-ambientalista e ultra-conservatrice del quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, oppure se ribaltare i rapporti di forza, e rinvigorire il Partito Democratico, ora all’opposizione.

Il ricambio, che avviene ogni quattro anni, sarà considerevole, e la posta in gioco altissima: Repubblicani e Democratici si contenderanno il controllo del Congresso, il Parlamento americano. Tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 dei 100 seggi del Senato verranno rinnovati. Inoltre, in 36 dei 50 Stati federati, in tre dei quattro territori non incorporati degli USA e nel distretto della Columbia, verranno elette le cariche dei rispettivi governatori. Al momento, il Congresso arride all’esecutivo. La Camera dei Rappresentanti vede i Repubblicani godere di una comoda maggioranza, con 235 appartenenti al proprio gruppo politico contro 193 Democratici e 7 posti vacanti, mentre al Senato la prevalenza Repubblicana è risicatissima, con 50 Repubblicani contro 49 Democratici e un seggio vacante, in seguito al recente decesso del senatore dell’Arizona John McCain, veterano della guerra del Vietnam, candidato Repubblicano alla presidenza nel 2008 sconfitto da Barack Obama e feroce oppositore interno del programma di governo trumpiano. La situazione potrebbe cambiare radicalmente se il Partito Democratico riuscisse a guadagnare i seggi necessari a passare in maggioranza: ciò comporterebbe, per Trump, il dover far fronte a un Congresso a lui ostile, evento già accaduto, a parti invertite, a Barack Obama, in occasione delle scorse Mid-term Elections, quando vi fu uno schiacciante trionfo del Partito Repubblicano, sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato.

La speranza dei Democratici e di tutte le sinistre occidentali è quella di prendersi, con un colpo di mano, entrambe le camere, in una “blue wave” che annienterebbe la capacità di movimento del presidente. La sfida è piuttosto complicata perché, nonostante gli innumerevoli scandali che hanno travolto la Casa Bianca e la bassa popolarità del Capo di Stato (mediamente nei sondaggi si assesta intorno al 40%), molti di coloro che votarono Donald Trump nel 2016 sono pronti a supportare nuovamente la sua causa, ad ogni costo. Le proiezioni per l’intenzione generale di voto all’Election Day, fissato di martedì, il 6 novembre 2018, danno i Democratici consistentemente favoriti, ma saranno i seggi contestati, i toss-ups, ad indicare dove penderà l’ago della bilancia e le rilevazioni indicano costanti cambi di direzione.

Un cenno importante è arrivato però da un’elezione speciale, tenutasi il 7 agosto nel dodicesimo distretto congressuale dell’Ohio (OH-12), in seguito alla dimissione dalla Camera dei Rappresentanti del Repubblicano Pat Tiberi. Il risultato della tornata si è rivelato sorprendente: il Repubblicano Troy Balderson ha sconfitto il Democratico Danny O’Connor in un avvincente too close to call con il 50,12% dei voti contro il 49,32% dell’avversario, malgrado i sondaggi mostrassero un vantaggio di circa cinque punti percentuali del candidato Repubblicano. O’Connor ha fatto recuperare al suo partito quasi venti punti percentuali rispetto alla precedente elezione congressuale, quando il collega Ed Albertson fu sconfitto da Pat Tiberi per 66,56% a 29,84%. Particolarmente e negativamente degno di nota, per i Repubblicani, è stato il basso numero di votanti rispetto alle elezioni presidenziali del 2016, mentre i Democratici hanno avuto modo di sorridere, visto che l’affluenza dei loro sostenitori è stata in linea con la tornata di due anni fa: un dato interessante, siccome generalmente il turnout delle elezioni di metà mandato è scarso rispetto alle presidenziali. Questa potrebbe essere una tendenza a livello nazionale, ma finché non si conteranno le schede non vi sarà alcuna certezza. Non ci resta che attendere, col fiato sospeso.

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