Mugabe: l’ultimo re d’Africa

di Francesco Marinoni

La democrazia, per noi europei, è ormai considerata praticamente da tutti come la migliore forma di governo. Da molti anni infatti nei principali paesi si svolgono regolarmente le elezioni, vissute come un’abitudine piuttosto assodata. È anche vero, tuttavia, che la democrazia ha più volte in passato mostrato i propri limiti e alcuni suoi tristi risultati si riscontrano anche oggi, in parti del mondo poco conosciute dall’Occidente.

È il caso, per esempio, di Robert Mugabe, che può essere definito a tutti gli effetti un “dittatore democratico”: ha infatti amministrato senza interruzione il suo paese, lo Zimbabwe, dal 1987 al 2017, anno in cui si è dimesso dalla carica di presidente in seguito a un colpo di stato militare. Prima del 1987 è stato anche primo ministro per 7 anni, avendo vinto le prime elezioni tenute in Zimbabwe nel 1980. Una democrazia giovane, acerba e soprattutto ereditaria di anni di colonialismo sfrenato: in uno scenario come questo si spiega come una personalità forte come Mugabe abbia, almeno in un primo momento, conquistato i favori del popolo. Aveva infatti combattuto in prima persona contro l’occupazione inglese e poi partecipato ai negoziati che avevano portato all’indipendenza del paese. Tuttavia con il passare degli anni il suo potere ha continuato ad accrescersi fino ad assumere i connotati di una vera e propria dittatura: sfruttando l’impossibilità degli avversari di fronteggiarlo e manipolando le elezioni, Mugabe si è autoproclamato di fatto padrone incontrastato della nazione.

Le ultime notizie dallo Zimbabwe raccontano di una grossa difficoltà del paese a superare gli ultimi 30 anni: alle ultime elezioni, svoltesi il 30 luglio, è stato eletto presidente Emmerson Mnangagwa, che ha corso contro ben 21 avversari tra cui Nelson Chamisa, che ha denunciato brogli e rivendicato la vittoria. A distanza di un mese lo Zimbabwe è ancora senza un presidente e rimane sotto il controllo militare, che ha già causato episodi di violenza nei confronti della popolazione. A differenza di altri casi in passato, i sospetti sul regolare svolgimento delle elezioni sono stati espressi anche da alcuni paesi occidentali che vigilano sugli sviluppi di questa vicenda.

Quel che è certo è che la democrazia ha ancora molta strada da fare, in Zimbabwe come in tanti altri paesi. Pur essendo chiaro che si tratti della forma di governo a cui tutte le nazioni dovrebbero aspirare essa mostra, soprattutto in realtà economiche e sociali difficili, come sia in costante pericolo. Non a caso fu una democrazia di un paese in crisi, la Repubblica di Weimar, ad eleggere cancelliere Adolf Hitler nel 1933. Se in passato i governi autoritari non avevano alcuna base fondante se non la dinastia o la “divina concessione”, le moderne dittature infettano come dei veri e propri virus i sistemi democratici, distruggendoli dall’interno. E quando il potere è in mano a una sola persona ed è legittimato da un’elezione diventa molto più pericoloso. Molti dei paesi sotto-sviluppati, che non hanno lunghe tradizioni democratiche, non sono attrezzati per contenere e impedire i fenomeni di accentramento del potere e tendono perciò quasi inevitabilmente a ricadere in forme più o meno velate di dittatura.

Ma il vero dramma è che, anche quando il tiranno viene deposto, molti paesi cadono in uno stato di caos e instabilità, che spesso sfocia in altri regimi autoritari o in guerre civili. Per non allontanarsi troppo dall’Italia basta pensare alla Libia, che ancora oggi è divisa in regioni amministrate dai diversi leader delle fazioni formatesi nel periodo post-Gheddafi, in guerra fra loro. Una situazione molto simile allo scenario attuale e futuro dello Zimbabwe.

È chiaro quindi che ciò che è stato fatto fino ad ora in termini di “esportazione della democrazia” non ha prodotto i risultati sperati e, in alcuni casi, ha addirittura peggiorato la situazione precedente. Perché una democrazia riesca a nascere e prosperare essa deve poggiare su basi solide, o finisce per crollare sulle sue stesse fondamenta. Non è sufficiente quindi eliminare il dittatore di turno e sperare che le situazioni si sistemino da sé, ancora più sbagliato se si considera che spesso questi colpi di stato organizzati dai paesi occidentali hanno lo scopo principale di appropriarsi delle risorse. Bisognerebbe innanzitutto che l’Occidente si facesse un grande, enorme esame di coscienza ed iniziasse davvero a pensare ai paesi dell’Africa e non solo al di fuori dell’ottica dello sfruttamento, che anche dalla fine del colonialismo non ha mai cessato di esistere. Una democrazia salda non si può e non si potrà mai basare su un popolo che vive in povertà e che non ha gli strumenti per servirsene.

Lo Zimbabwe è solo uno dei tanti esempi. Può essere l’occasione per riflettere di più su questo tema e iniziare davvero a costruire un futuro migliore per tutti?

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