L’irregolare del calcio

di Andrea Calini

Democracia Corinthiana. Il nome è suggestivo, le idee e le visioni corrono. La declinazione in lingua portoghese del sistema politico di Corinto? Potrebbe, ma le storie delle istituzioni democratiche dell’antica città del Peloponneso non sono così avvincenti. La democrazia c’entra di sicuro però, di questo siamo sicuri. Una democrazia inedita, applicata, o meglio importata, in un mondo che, fino alla seconda metà degli anni Settanta, era legato alla verticalità di un ordine rigidamente gerarchico. Il mondo è quello del pallone. E il posto del globo che interessa questa storia è un paese che di democratico non ha proprio nulla: il Brasile, tenuto stretto nella morsa di una dittatura militare rozzamente anticomunista. Dunque, cerchiamo di capirci: qual è la ricetta che nel calcio gerarchico del Brasile dittatoriale degli anni ‘70/’80 crea una democrazia? Non una democrazia semplice come ce la potremmo immaginare, ma il più straordinario esperimento di gestione democratica e dal basso della storia del calcio.

Prendete un uomo. Un uomo nato povero in quel Brasile che però ci dà dentro, insomma corre e studia. E quell’uomo studia e si laurea medico, ma il suo sogno è un altro: fare il calciatore. Ma in tutto ciò è indignato dall’ingiustizia e dallo sfruttamento, e diventa un intellettuale comunista.

Prendete quest’uomo (o questi uomini), mettetelo in una squadra di calcio e quello che verrà fuori è la cosiddetta Democracia Corinthiana.

Bene, quell’uomo è Socrates. E davvero straordinaria risulta la figura di questo irregolare, figlio di un autodidatta che riesce a trasmettergli l’idea della cultura come arma da brandire contro la subalternità.

Chi sa può difendersi, il potere può levarti i diritti e la libertà ma non la coscienza critica che il sapere alimenta in continuazione.

Con la consapevolezza che la cosa più importante è l’impegno nello studio, perché il sapere, fuori da ogni velleità astrattamente accademica, ha una dimensione concretamente e immediatamente politica. E in un paese dove il calcio non è semplicemente un gioco ma l’autobiografia di una nazione, diventa particolarmente produttiva l’intuizione rispetto alla possibilità di fare di una squadra di calcio uno strumento di lotta politica.

E così accade tra la fine dei Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Dar vita a una autogestione democratica del Corinthians, il club di San Paolo, per cui ogni decisione sugli aspetti tecnici, tattici, gestionali ed economici diventa appannaggio del collettivo della squadra, che inoltre moltiplica l’orizzontalità dello spogliatoio attraverso una serie di messaggi politici stampati sulle magliette e che si devono alla genialità del copywriter Washington Olivetto.

Il soviet calcistico funziona, perché la squadra vince e rimette a posto i conti scalcagnati della gestione precedente, mentre Socrates incanta con i suoi celeberrimi colpi di tacco e le sue dichiarazioni. «Quello che conta è la gioia» ripeteva sempre il dottore, che nell’84 arriverà anche in Italia per giocare nella Fiorentina, ma di gioia nel nostro paese ne troverà ben poca, tanto da tornare a casa a fine stagione. Non prima però di aver sorpreso tutti, dichiarando che il suo principale interesse qui era «leggere Gramsci in lingua originale e studiare la storia del movimento operaio». 

Ciò che alla fine ci restituisce la vicenda di Socrates è quanto sia politicamente strategico un lavoro sull’immaginario, un terreno sul quale per battere l’avversario il possesso palla risulta assolutamente decisivo.

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