Le seduzioni del populismo

di Rosamarina Maggioni e Marta Naldi

«Uno vale uno!» «Pace fiscale per tutti!» «Partecipa, scegli, cambia!» «Schiavi dell’Europa? No grazie!» «Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno!» Questi solo alcuni degli slogan con cui i cosiddetti partiti populisti, Lega e MoVimento 5 Stelle, sono andati all’assalto dei palazzi del potere. Questo linguaggio approssimativo, enfatico e pubblicitario che riduce la complessità della realtà a un’estrema semplificazione, tradiva una comunanza prima ancora che essi stessi la sospettassero.

Queste due forze, insieme al potere in seguito alla stipula di un contratto di governo, sono al tempo stesso legate e divise dalla parola centrale del loro accordo: cambiamento. Uniti dalla retorica del nuovo che avanza, risultano tuttavia discordanti sulla modalità di perseguirlo. Il Carroccio, infatti, cavalca la politica dell’uomo forte, mentre i paladini della piattaforma Rousseau inneggiano alla democrazia diretta.

Il MoVimento ha da sempre puntato ad eliminare tutte le barriere fra cittadini e classe politica, insistendo sulla formula «uno vale uno». Con questa dicitura, secondo lo statuto del partito, qualunque cittadino avrebbe l’opportunità di candidarsi: chiunque può aver accesso alle camere poiché l’unico prerequisito è essere cittadino italiano. Poco importa se, per essere scelti, bisogna superare non solo una selezione sulla piattaforma Rousseau, nella quale la popolarità risulta più determinante delle qualità personali, ma anche un’altra implicita da parte dai vertici del MoVimento. Celebre fu il caso di Genova: la vincitrice della selezione per il candidato sindaco sulla piattaforma online, Cassamatis, è stata esclusa da un gesto autoritario di Grillo, che ha annullato la votazione appellandosi direttamente alla fiducia del suo “popolo” in lui. «La candidata sindaco Marika Cassimatis, quindi, non sarà in corsa per il M5S. Questa decisione è irrevocabile. Se qualcuno non capirà questa scelta, vi chiedo di fidarvi di me» ha scritto il fondatore del MoVimento.

Un importante se non essenziale contributo deriva dunque dagli utenti del web, che veicolano le loro volontà tramite i social e la piattaforma creata dalla Casaleggio Associati: tutto passa attraverso un click. La realtà si deve quindi uniformare al mondo virtuale che impone ritmi, priorità e modalità propri, nell’illusoria partecipazione di tutti. Ma ciò che accade, realmente, è che mentre i filtri espliciti vengono azzerati si va a creare un’esclusione implicita. Coloro che non sono in possesso di un computer o di sufficienti abilità informatiche, per esempio, non possono esprimersi. Gli accidenti, gli ingolfamenti della rete, la velocità di connessione (che in alcune aree del nostro Paese è ancora problematica) giocano un ruolo incontrollabile e, frequentemente, in occasione di consultazioni online si sono registrati disguidi o disservizi. Vi è inoltre un’altra categoria profondamente danneggiata da questa modalità: chi manca del tempo necessario per valutare le diverse opzioni, che è obbligato a scegliere tra l’essere succube degli slogan che azzerano il tempo della riflessione e la autoesclusione dalla presunta “democrazia diretta”.

Il MoVimento nasconde quindi, con un miraggio di protagonismo per tutti nel segno della trasparenza, meccanismi decisionali spesso opachi e autoritari.

L’altra faccia dei populismi italiani è rappresentata dalla Lega, protagonista di un inatteso exploit alle ultime elezioni politiche. La vicenda della nave Diciotti, riccorrente apertura delle prime pagine dei giornali nell’agosto di quest’anno, è la prova evidente della cosiddetta politica “dell’uomo forte” portata avanti dall’attuale Ministro degli Interni e leader del partito Matteo Salvini. Il sequestro della nave, che trasportava circa centosettanta migranti recuperati in mare, viola apertamente l’articolo 13 della Costituzione Italiana, secondo il quale: «non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Il risultato di questa azione è stato un braccio di ferro tra Italia ed Europa per la distribuzione dei migranti. L’opinione pubblica in Italia si è divisa tra chi ha ripudiato quest’atto, condannandolo come meschino, e chi ha elogiato Salvini per aver avuto il coraggio di sfidare l’UE. Tra le due parti quella che tristemente ottiene piú consenso da parte degli italiani è la seconda. D’altronde, da molto tempo, una larga maggioranza degli italiani (circa i due terzi) è d’accordo con l’affermazione che il Paese abbia bisogno di essere guidato da un uomo forte. Il perchè è semplice da capire: lasciare a una persona sola il potere è una deresponsabilizzazione totale, una cessione di tutte le colpe. 

Ma come ha fatto un uomo come Salvini a salire al potere nel 2018? Uno degli elementi chiave è stato far leva sui social che ormai hanno una maggior presa sulla popolazione rispetto ad un articolo di giornale o ad un servizio televisivo. La possibilità di condividere qualsiasi notizia e soprattutto di distorcerla permette la creazione di una verità parallela fatta di fake news e questo è un grande problema. La gente sceglie di ascoltare solo chi dice ció che gli fa comodo: si tratta esattamente del populismo nella sua accezione negativa che il dizionario Garzanti definisce come «atteggiamento politico demagogico che ha come unico scopo quello di accattivarsi il favore della gente».

Le formazioni attualmente al governo generano una sorta di smarrimento che aumenta ogni qualvolta le due visioni alimentano una fuga dalla realtà che viene, sapientemente e in modo seduttorio, extrasemplificata.

Forse, però, queste due concezioni risultano così credibili proprio perchè contrastanti tra loro. Gli elettori si convincono sempre più della forza dell’alternativa proposta dal rispettivo partito poichè vedono la posizione opposta come un qualcosa di assurdo e da evitare assolutamente. Apparentemente, quindi, questo confronto è destinato a non avere fine sino a che uno dei due riuscirà ad essere indipendente dall’altro o fin quando non esisterà un’opposizione credibile a questo “cambiamento”.

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