La riforma costituzionale di Xi Jinping

di Sara Bartoleni

Xi Jingping, classe 1953, nato a Fuping (Cina), si avvicina alla politica nel 1971, quando diventa membro della Lega della gioventù comunista cinese; entra nel Partito comunista nel 1974 e lavora successivamente come primo ministro e segretario generale della Commissione militare centrale. Nominato primo segretario della Segreteria del Comitato centrale nell’ottobre del 2007, in occasione del XVII Congresso nazionale del Partito comunista viene eletto vicepresidente della Repubblica dall’Assemblea popolare nazionale l’anno successivo. Diventa presidente nel marzo 2013, eletto dal Congresso con la quasi totalità dei consensi: uno è il voto contrario, tre le astensioni.

Nel settembre del 2017 il Politburo, organo collegiale ristretto presieduto da Xi Jinping stesso, decide di promuovere l’eliminazione di un limite costituzionale che prevede un massimo di due mandati presidenziali di durata quinquennale. Tale provvedimento era stato approvato nel 1982 da Deng Xiaoping, con l’obiettivo di scampare a nuove tragedie umane di dimensioni spropositate dovute al delirio di onnipotenza dei leader cinesi: si stima infatti che Mao Tse Tung, passato a miglior vita nel 1976, abbia causato più di 46 milioni di morti con il cosiddetto “Grande balzo in avanti” e la Rivoluzione culturale.

La proposta di Xi Jinping viene comunque tenuta nascosta fino al 25 febbraio 2018, una settimana prima dell’apertura della sessione legislativa; alla diffusione da parte di Pechino di tale possibilità di modifica, seguono reazioni di disappunto in Cina e persino all’estero, contrarie a quello che pare un tentativo di instaurare una vera e propria dittatura. Il quotidiano britannico Financial Times, per esempio, sottolinea come la mossa sia in realtà un tentativo forte di intimorire l’Occidente. Ciò sarebbe avvalorato da uno dei progetti più impegnativi intrapresi da Xi, quello di realizzare una nuova Via della Seta, chiamato “Belt and Road”: un moderno sistema di infrastrutture connesse via terra e mare per collegare la Cina e il continente europeo.

La svolta della lunga vicenda si ha l’11 marzo: quando, nella Grande Sala del Popolo di Piazza Tienanmen, i membri dell’organo cinese si riuniscono per convalidare una serie di emendamenti della Costituzione, il Presidente riesce a far passare la propria riforma con 2.958 voti favorevoli, due contrari e tre astensioni.

Prima di lui, solo Mao Tse Tung aveva accumulato un potere paragonabile a quello di Xi Jinping ed è questo ad allarmare particolarmente le democrazie occidentali: ad aprile, nel corso di tre incontri, il presidente ribadisce più volte che non ha intenzione di mantenere il potere a vita; afferma anzi di essere personalmente contrario ad una carica vitalizia. Sostiene di aver operato tale scelta per procedere con le riforme economiche e sociali già avviate, eguagliando l’importanza del proprio incarico a quelle di segretario generale del Partito Comunista e di presidente della Commissione militare centrale, non soggette a limiti di mandato.

L’allarme suscitato nella popolazione cinese non è comunque indifferente: sui social network molti utenti esprimono la preoccupazione di un’involuzione del sistema verso qualcosa di paragonabile alla Corea del Nord. Secondo Bill Bishop, autore della newsletter Sinocism China, Jinping potrebbe diventare «un Putin più efficace, potente ed ambizioso».

Gli altri commentatori si orientano verso due ipotesi distinte: alcuni ritengono che Xi miri alla carica di imperatore a vita, come dimostrato dalle grandi ambizioni economiche che persegue dal 2012 per l’affermazione della Cina a livello mondiale. Altri sostengono che le ragioni siano di politica interna: il presidente, dall’alto della sua carica, ha la possibilità di incarcerare molti potenti nemici che lo condannerebbero allo stesso destino. 

Si pensa e spera, in ogni caso, che il 2035 sarà l’anno delle dimissioni di Xi Jinping, poichè proprio questo è stato da lui indicato come limite per il completamento della modernizzazione del Paese e per l’elevazione della Cina a «grande paese socialista, prospero, forte, culturalmente avanzato, armonioso e bello». Sempre che il Presidente del Tutto sia effettivamente in grado di un’autolimitazione del potere.

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