La politica è (anche) donna

di Susanna Finazzi

Forse siamo stanchi di sentirlo dire, ma purtroppo è la verità: la parità di genere in politica è ancora una bella utopia. E non parlo solo del diritto di rappresentare il proprio Paese, che in alcune parti del mondo alle donne è negato. Mi riferisco alla difficoltà degli uomini ad accettare che l’altra metà del cielo possa fare politica, una tendenza che, in Italia ma non solo, si risolve spesso nell’uso di insulti sessisti. Il fatto che questo sia l’ambito in cui più spesso si gioca questa carta è triste ma anche inquietante. Se in un dibattito un qualsiasi Berlusconi a corto di risorse apostrofa una donna dicendole che «è più bella che intelligente», viene spontaneo porsi la domanda che si fa anche Laurie Penny nell’articolo Gli uomini sono troppo fragili per la politica: come possiamo essere sicuri che i politici rispettino gli elettori se non sono capaci di rispettare le loro colleghe?

Il sessismo diventa spesso un’arma per colpire gli avversari, passando facilmente dal non apprezzare le idee all’insultare le persone che le espongono. Purtroppo questa è un’abitudine che accomuna tutti i partiti e gli schieramenti: alcuni miei amici di sinistra criticano i destroidi che fanno battute squallide sulle donne, ma non sono certo gentili con le nuove “veline della politica”.

Sono convinta che molte di queste abbiano effettivamente puntato più sull’immagine che sui contenuti, ma non ho mai apprezzato l’equazione “bella quindi stupida” o il suo contrario, “intelligente ma bruttina”. Questo non vale solo per la politica, ma sembra che gli uomini che governano si sentano in dovere più di altri di esprimere le loro opinioni sulle colleghe. Si va dal tweet del senatore Nicola Morra che si chiede se Maria Elena Boschi sarà «ricordata più per le sue forme che per le sue riforme» a quello in cui Trump scrive che «se Hillary Clinton non riesce a soddisfare suo marito, cosa le fa pensare che potrà soddisfare l’America?». È la cosiddetta “tecnica del maschio spaventato”, che per paura del confronto intellettuale attacca alla cieca sperando di colpire la donna dove fa più male.

In realtà il colpo più grave lo riceve la democrazia, che nel suo processo di affermazione ha tralasciato di considerare il genere femminile come degno di rappresentanza e ora ne paga le conseguenze. Certo, i risultati del maschilismo in politica si vedono ancora sulla pelle delle donne, penalizzate perché si tratta di un ambito dove storicamente si tratta fra uomini. La parte peggiore è che molte donne si sono fatte portavoce di questo becero maschilismo, anche se magari non ne sono del tutto consapevoli. Condoleezza Rice, Segretaria di Stato degli USA nella seconda amministrazione Bush, è stata criticata dalla senatrice Barbara Boxer per aver sostenuto l’intervento americano in Iraq. Secondo Boxer, Rice non poteva capire la portata della situazione perché non aveva figli che potessero essere mandati al fronte. Nel 2011 il Mali ha avuto la sua prima PM donna, a cui un marito e quattro figli non hanno impedito di contribuire alla ricostruzione della democrazia nel Paese. Non è una questione di solidarietà femminile a tutti i costi. Condoleezza Rice è favorevole alla vendita delle armi negli USA, osteggia i matrimoni omosessuali ed è convinta che l’America dovrebbe esportare la propria cultura nei Paesi del Medio Oriente. Non mi trovo d’accordo con le sue idee per via del fatto che è una Repubblicana, non perché è una donna single.

La shaming culture che perdona l’impulsività dei maschi nel dare giudizi non richiesti sulla vita delle donne deve essere arginata. Non è una questione di quote rosa, ma di eliminare il sessismo che queste quote pretendono di limitare per legge. Gli uomini sovrastimano il valore di una considerazione estetica e utilizzano il paragone con l’intelligenza come insulto alle posizioni politiche delle avversarie: questo non è più accettabile. L’abilità di governo dei maschi è riconosciuta come tale anche in considerazione del loro genere ed è ora che anche per le donne si utilizzino gli stessi standard di valutazione.

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