Cuba riscrive la Costituzione (e la Rivoluzione)

di Andrea Calini

Lo scorso 22 luglio è stato un giorno storico per Cuba. L’Asemblea Nacional del Poder Popular (sostanzialmente il parlamento unicamerale dell’isola) ha approvato, per la prima volta dal 1976, un mastodontico programma di analisi del progetto di riscrittura di una nuova Costituzione. Sono previste, e ovviamente alcune sono già al lavoro, circa 135.000 assemblee e riunioni in fabbriche, caserme, scuole, università, quartieri e anche nelle comunità all’estero. Sono già state stampate e messe in vendita (al prezzo di circa quattro centesimi di euro l’una) 800.000 copie del testo del progetto, che è comunque possibile scaricare gratuitamente nei centri internet.

Il prossimo 24 febbraio il progetto di Costituzione sarà sottoposto a referendum popolare.

La nuova Magna Carta è ispirata a un solido pragmatismo, lo stesso che ha retto le riforme economico-sociali – «attualizzazione del socialismo cubano» – messe in atto prima dal líder maximo Fidel negli anni ‘90, nel complicato periodo di transizione conosciuto dai cubani come “periodo especial” successivo al crollo dello Stato sovietico (si può immaginare quanto l’economia cubana dipendesse dalle esportazioni verso il blocco socialista considerando l’embargo imposto dagli Stati Uniti); e poi dal governo di Raúl Castro da quando, dieci anni fa, ha assunto la presidenza. Da allora Cuba ha iniziato un cambiamento lento, forse troppo date le esigenze della crisi globale e della popolazione, ma costante.

La nuova Costituzione in gran parte registra e assorbe questi cambiamenti, che in alcuni casi violavano la precedente, varata nel 1976 e di assoluta ispirazione sovietica. Lo scopo principale è mettere le basi per «modernizzare l’isola e far finalmente decollare l’economia liberandola (parzialmente) dall’inefficienza di un pervasivo e asfissiante statalismo mediante l’apertura (regolata) al mercato e alla proprietà privata, a un limitato profitto e soprattutto agli investimenti esteri».

Tutto ciò però sotto il controllo politico e ideologico del partito unico che rimane «la forza superiore (anche rispetto alla stessa Costituzione) dello Stato e della società», assoluto soggetto protagonista vista l’assenza di un’opposizione esplicita e visto il controllo dei mezzi di comunicazione.

Un modello che in generale viene definito cinese, nonostante le differenze costitutive tra le due esperienze siano evidentissime, ma anche retaggio, esplicitamente voluto e incrementato dal presidente Donald Trump, di un clima di guerra fredda, di tensione politico-strategica. Bisogna difendersi da una cinquantennale aggressione economica, finanziaria e commerciale (l’embargo unilaterale degli Usa) e dalle continue ingerenze e dai tentativi di Washington di mettere fine al governo socialista dell’isola, per mezzo di sbarchi militari, insurrezioni improvvisate e mirati tentativi di omicidio (più di 600 al solo Fidel, tutti fallimentari).

Nel nuovo testo costituzionale viene dunque cambiato il faro politico, da una «società comunista» a un «socialismo prospero e sostenibile». È importante sottolineare come le principali testate italiane abbiano superficialmente interpretato questo cambiamento. Non si tratta di abbandonare una filosofia e una prassi politica, uno stile di vita e di pensiero: si tratta di rinunciare ad un modello storico (il socialismo cosiddetto “reale”) che aveva riconosciuto come compimento della propria parabola storica la creazione della dittatura del proletariato e, successivamente, la trasformazione in senso comunista della società. Quel tipo di applicazione di quel modello ha fallito trent’anni fa, l’idea è ancora bambina, sembra suggerirci Cuba.

Viene anche riformata la struttura dello Stato con la creazione delle figure del presidente della Repubblica e del capo del governo, attualmente ancora riunite nei poteri del presidente Díaz-Canel.

Dal punto di vista economico e sociale si riconoscono diverse forme di proprietà: statale, sociale e cooperativistica e, soprattutto, privata. Misura quest’ultima volta a «stimolare quello che fino a oggi è definito il cuentaproprismo, il lavoro per conto proprio che riguarda circa 600.000 persone in tutta l’isola, che dovrebbero trasformarsi in piccoli e medi (finora scarsi) imprenditori».

Viene però vietata la «concentrazione di proprietà» da parte dei privati per impedire, come ha affermato l’attuale presidente Díaz-Canel, che «Cuba diventi uno stato capitalista».

Infine, ma non ultimo per importanza, la nuova Costituzione prevede una riforma importante nell’ambito dei diritti civili: il matrimonio egualitario, ovvero anche tra persone dello stesso sesso. La proposta è stata spesso commentata con uno storico pregiudizio da molti mass media internazionali – compresi quelli italiani – senza capire che si tratta «di una rivoluzione nella Rivoluzione» in un paese dalle tradizioni patriarcali e machiste eredità della colonizzazione della Spagna e dove negli anni ’70 gli omosessuali venivano mandati in campi di lavoro forzato.

Tutto questo accade nella cornice del subcontinente latinoamericano, scosso in questi mesi dalle lotte di massa in Argentina e Brasile per ottenere l’aborto libero. L’interruzione della gravidanza libera e gratuita in America latina è ammessa solo a Cuba e in Uruguay.

Cuba e la sua Rivoluzione tornano ad essere all’avanguardia nel continente.

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