Un uomo di fede

di Brian Arnoldi

Argentina, 24 marzo 1976. Nel pieno della notte, l’esercito guidato da Jorge Rafael Videla tenta un colpo di Stato volto a rovesciare il governo di Isabelita Peròn. Il golpe si conclude con successo: i militari non incontrano alcuna resistenza mentre marciano per le strade di Buenos Aires e nel giro di poche ore il governo legittimo del Paese cade. Viene istituita una giunta militare provvisioria, e Videla ne diventa presidente. La politica adottata dall’Hitler della Pampa per soffocare gli oppositori politici si rivela immediatamente disumana e sanguinosa, tanto da meritarsi il nome di Guerra Sporca. Durante la dittatura, ed in particolare tra il 1976 ed il 1979, il governo agisce nella più totale segretezza e al di fuori del diritto internazionale con il solo obiettivo di incarcerare quanti più oppositori politici (o presunti tali) possibile. Il numero delle vittime lasciato dalle azioni del regime è altissimo: le stime ufficiali, elaborate dopo la destituzione di Videla, parlano di circa 2.300 omicidi politici accertati, di 30.000 persone scomparse e mai ritrovate (i cosiddetti Desaparecidos) e di altre decine di migliaia di casi di tortura perpetrati contro la popolazione civile.

Di tutte le storie dei desaparecidos, ce n’è una in particolare che lega l’Argentina all’Italia: quella di Estanislao Kowal. Figlio di un soldato polacco di stanza in Italia durante la guerra di Liberazione e di una donna di Faenza, Elda Casadio, Estanislao visse buona parte della propria vita in Argentina: la madre ed il padre decisero di trasferirsi in Sudamerica quando aveva solo pochi mesi, temendo che le condizioni economiche italiane dopo la Seconda Guerra Mondiale li avrebbero portati alla povertà. In Argentina Estanislao conduceva una vita tranquilla: a trentun anni, al momento del suo rapimento, gestiva un’officina a Buenos Aires, aveva una piccola casa in un sobborgo della città ed era appena diventato padre per la seconda volta. 

Estanislao era un uomo di fede, e per questo credeva con forza nei valori della carità e della compassione. Queste sue convinzioni, che avevano un riscontro pratico in numerosissimi piccoli gesti compiuti nei confronti dei concittadini meno fortunati, portarono le autorità a pensare che fosse un sovversivo, un estremista. Un comunista. Le tracce di Estanislao si persero il 28 Maggio 1976 e non vennero mai più ritrovate. È solamente possibile ipotizzare cosa gli fosse successo: dopo essere stato prelevato con la forza da casa sotto gli occhi della madre, della moglie e delle figlie, fu condotto in una caserma, picchiato e torturato. Infine, Estanislao fu ucciso barbaramente dai militari: l’esecuzione più frequente per i comunisti era quella per impiccagione a testa in giù.

Quello che più fa rabbrividire, nella storia di Estanislao, non sono le modalità con cui è stato ucciso o la causa che ha portato alla sua scomparsa, ma le reazioni internazionali alla richiesta di giustizia di sua madre. Elda infatti continuò per anni a chiedere cosa fosse successo al figlio. Si unì prestissimo alle Madri di Plaza de Mayo, protestò con loro davanti alla Casa Rosada e non ebbe risposte. Si rivolse alle autorità italiane, ma nessun aiuto le fu concesso. Alla fine, stremata, chiese aiuto al Vaticano, sperando che la Santa Sede sarebbe stata smossa dalla profonda cristianità del figlio. Elda, originaria di Faenza, conosceva il Cardinale Pio Laghi, anch’egli faentino, che operava da Nunzio Apostolico per il Vaticano in Argentina. Quando gli parlò di suo figlio, spiegandogli la sua storia ed il suo impegno per i poveri, Elda venne bruscamente interrotta dal Cardinale. Le venne fatta una sola domanda: È sicura che suo figlio non fosse comunista?

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