Tacita, muta

di Sara Bartoleni

Il silenzio femminile, nella nostra società, è sempre associato a qualcosa di punitivo, imposto dall’uomo: è un’impossibilità di parola dettata da uno squilibrio di diritti e poteri; è la dolorosa scelta di alcune donne terrorizzate a tal punto da tacere violenze e abusi.

Ma il silenzio del gentil sesso, malgrado i secolari stereotipi sulla sua tendenza allo sproloquio, attraversa la storia, è profondo e tenace.

Nell’antica Roma, era correlato alla figura femminile in due accezioni opposte: una positiva, inteso come consapevole rinuncia al protagonismo in nome di valori altri da sé, e una negativa, punitivo di atti di tracotanza.

Le donne, di qualsiasi ceto sociale, non potevano decidere di loro stesse o dei loro beni; motivo di tale provvedimento era la loro ignoranza in merito alla legge, una presunta inferiorità naturale rispetto all’uomo e la leggerezza d’animo; era impensabile che una donna prendesse la parola in pubblico per difendersi o prendere le parti di altri.

Non a caso, il nome di una delle divinità venerate dai romani era Tacita Muta: l’accostamento di questi due aggettivi legati all’impossibilità di parlare identificava una ninfa a cui Giove, adirato, aveva strappato la lingua. Il dio affidò Tacita Muta a Mercurio affinché la conducesse negli inferi, ma questo la violentò, approfittando della sua incapacità di ribellarsi. Divenne così una divinità dell’oltretomba, metafora della sottomissione della figura femminile nella società del tempo.

La concezione romana del silenzio della donna era rappresentata perfettamente anche dalla dea Angerona, la più antica, di origina italica preromana; era la divinità alla quale ci si rivolgeva in caso di stati di ansia o preoccupazione ed era rappresentata con la bocca ermeticamente chiusa, sigillata. Le matrone, quando tacevano, erano infatti depositarie di segreti autentici e celati: era il silenzio di chi avrebbe avuto tanto, troppo da dire. Era quasi una prerogativa del sesso femminile.

Si trattava però di una società consapevole della necessità della donna, ossia di colei che dava alla luce i figli, li accudiva e cresceva garantendo la discendenza.

La taciturnità femminile è, quindi, anche espressione di cura e ascolto: i legami più intimi, profondi e duraturi – basti pensare al rapporto fra una madre e il proprio figlio – si creano grazie al linguaggio corporeo più che attraverso l’uso della parola.

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