Shine on, You Crazy Diamond

di Anna Marinoni

Shine on You Crazy Diamond è un brano musicale, principalmente strumentale, composto dai Pink Floyd e contenuto nell’album Wish You Were Here, pubblicato nel settembre del 1975. Questo brano, come gran parte del resto dell’album, fu scritto dal gruppo come omaggio a Syd Barrett, genio creativo (compositore, cantante, chitarrista e pittore) fondatore nel 1965 della band ma che, impazzito a causa dell’abuso di LSD e altre droghe, appena nel 1968 aveva abbandonato il mondo della musica precipitando in un delirio psichico da cui non sarebbe più riuscito a riemergere. Questo brano è il perfetto esempio di ciò che rende incredibili i Pink Floyd: dall’accostamento di semplici armonie riescono a plasmare le note, donando loro la capacità di trasformarsi in suggestive immagini, attraverso le quali, in questo particolare caso, rievocano con eleganza l’essenza della vita di Syd. Ora tenterò, consapevole di poter fallire miseramente, di riportare su questo foglio le immagini a cui Shine on You Crazy Diamond dà vita, poiché credo che sia questa la via più giusta per riuscire a trasmettervi la splendente confusione che costituisce l’anima di Syd Barrett. 

Tutto ha inizio con un suono, flebile, che lentamente si diffonde e che con delicatezza inizia a delineare i profili della storia che vuole raccontare; la prima immagine che si crea è quella di una distesa indefinita, priva di una connotazione precisa, come in attesa di qualcosa che le dia significato. Dopo questo breve momento di incertezza iniziale, le dinamiche cambiano con il primo ingresso, dal suono limpido e struggente, della chitarra elettrica: le note dello strumento sembrano generare lo spettro di un narratore dalla voce pacata che con grande malinconia pare rivelarci che ciò che stiamo per ascoltare sarà sì bello, ma immensamente triste e oscuro. Terminata questa breve introduzione, tutta muta con quattro semplici note di chitarra dal suono aspro e tagliente. Quattro note che, appena vennero suonate da David Gilmour in uno studio di Londra nel 1975, catturarono l’attenzione unanime degli altri membri della band che senza esitazione dissero: “Questo è Syd”. Quattro note che vibrano nell’aria formando una sola immagine, netta e fugace: un giovane dall’aria ribelle, dai capelli scompigliati con noncuranza e con due occhi profondi che illuminano un volto altrimenti oscuro. Dunque, quattro note che, grazie al genio dei Pink Floyd, racchiudono l’essenza di tutta la canzone, che si stratifica intorno a questo cuore pulsante, ampliandolo e arricchendolo. 

Il brano è ancora al suo inizio: l’assolo di chitarra elettrica si dispiega per parecchi minuti, continuando a mantenere vivida l’immagine di Syd creata in precedenza. Una volta terminato questo, ha inizio la breve ma estremamente intensa parte cantata, che costituisce una sorta di ipotetico dialogo fra i membri della band e Syd Barrett, un loro disperato tentativo di riportarlo indietro a quando era bambino, a quando il buco nero della droga non lo aveva ancora privato della sua luce. Sono semplici strofe che tuttavia riescono a spiegare come un giovane così creativo, così pieno di vita si possa essere tramutato in un corpo vuoto, nero, senza più la capacità di dare una direzione alla propria esistenza. Riescono a spiegare come l’LSD fosse visto da Syd come l’unico mezzo per vedere una realtà diversa e ammaliante, l’unica via possibile per raggiungere qualcosa di superiore alla nostra infima realtà umana. Mostrano come si sia spinto troppo in là nella sua utopica e sconsiderata missione, finendo per distruggersi senza nemmeno averne coscienza. In seguito a questa commovente parte cantata dalla band sembra giungere la struggente risposta di Syd Barrett, celata nell’assolo di sassofono che porta il brano verso la sua conclusione. Le note dello strumento suonano lamentose, quasi imploranti, sembrano esprimere il tentativo di comunicare al mondo circostante il proprio tormento, non riuscendo però a fare altro che emettere qualcosa di confuso e incomprensibile, che si dibatte inutilmente perdendosi nel vuoto. Il brano, così come era iniziato, termina con un suono, flebile, che non conclude la storia, lasciando che sia lei stessa a trovare un epilogo nel soffiare del vento in cui si spegne la canzone. Un vento che porta con sé strascichi smorzati di suoni, melodie e di una vita, svanita in fumo, che non può fare null’altro che farsi cullare dalla brezza, forse tentando ancora di continuare, inesorabilmente, a brillare.

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