Prospettive – Silenzio

Il neonato

di Rosamarina Maggioni

Ogni giorno mi chiedo: cosa ci sarà mai di bello nell’essere un neonato? Sì certo, posso fare la cacca dove e quando voglio, se ho fame mi basta cacciare qualche urlo, tutti mi coccolano e mi dicono “ma che bel bimbo, è tutto suo padre” o “che tenero, mi verrebbe voglia di mangiarlo” (a certa gente suscito istinti cannibali); ma avete presente cosa significa non riuscire a comunicare con le persone? I suoni che emetto non sono poi così comprensibili e la maggior parte delle volte la mamma non ci azzecca ad interpretarli: magari voglio il ciuccio e lei mi dà l’orsetto, oppure mi fa male qualcosa e lei invece cerca di farmi ridere facendo le facce buffe, che in realtà non mi piacciono per niente. Io cerco di farmi capire ma è come essere muto. Il mondo attorno a me non mi sente, non mi comprende e l’unico mezzo di comunicazione che ho rende poco. A volte vorrei solo saper parlare: articolare frasi di senso compiuto che esprimano un pensiero. Non ambisco certo, all’età di tre mesi, ad elaborare giudizi da adulti ed esprimerli correttamente, ma almeno a farmi capire accipicchia! Quel poco che mi basta per dire “ho fame, freddo, sonno”, “sono stanco, felice, triste”. Vorrei che questo silenzio finisse. Ma mi sa che dovrò aspettare e crescere ancora un po’.

Il muto

di Giulio Bonandrini

Ma quante volte ve lo devo dire? Basta! Ho deciso che non dirò più una parola. Basta con queste ipocrisie e fraintendimenti. Se uno non dice nulla non c’è niente che possa essere frainteso. Sì, la conosco la storia dei monaci zen che decidono di fare a gara di silenzio e poi, uno dopo l’altro, si tradiscono per dire che hanno vinto loro. Si lo so, sto facendo lo stesso errore. Ma cosa posso fare? Come posso dire che starò sempre in silenzio? Non posso certo dirlo stando zitto. Mi prenderanno per scortese. Ecco vedi? Già un po’ mi odiano. Ma dove vai? Dove andate tutti? Ah, già. Loro non mi sentono. Eppure io qua dentro sto urlando. Certo che stare zitto e continuare a blaterare da soli è forse ancora peggio. È da una settimana che non parlo e già la mia testa è un mare di voci. Se vado avanti così impazzisco. E io che volevo stare zitto per dare più peso poi alle parole. Le parole sono pietre dicevo. No, le parole sono rifiuti e ora sono tutti qui, dentro la mia testa. Devo parlare e liberarmi del tanfo.

Il vecchio

di Lorenzo Caldirola

Ehi! Ehi! Sì, dico a te! Ascoltami! Ti prego… Fai questo favore a un povero vecchio…

Devi sapere che ormai nessuno mi dà più retta. I miei figli, villani, mi hanno abbandonato in questa casa di cura e non vengono mai a trovarmi. Pensa che nemmeno ricordo più che faccia hanno i miei nipotini. Ormai il più grande dovrebbe avere quattordici anni, o forse diciotto, no aspetta quella grande è la femmina, il maschio non ne avrà più di sette, credo…

Vabbè dai, non voglio ammorbarti con queste storie, sai ho un sacco di racconti molto più interessanti. Dopotutto uno non campa ottant’anni senza aver poi qualcosa da dire. Ma gli inservienti qua sono tutti maleducati, fanno finta che io non esista, se penso che ho combattuto tra le montagne per certi cialtroni che non sanno manco cambiare un catetere…

Di cosa stavamo parlano? Oh sì, la mia storia. Una volta ho ucciso un orso a mani nude sai. Era l’inverno del 1942 e faceva un freddo cane. Io ero un giovanotto ma sapevo il fatto mio, sai ai tempi un gentiluomo non andava mai in giro senza i suoi guanti da boxe e un frullatore portatile. Quando dall’afa del deserto mi è comparsa davanti quella capra non ho avuto un attimo di esitazione, ho preso la mia vanga e le ho preparato un minestrone di verdura. È proprio così che ho dato una lezione a quell’antiquario olandese. Maledetti spagnoli, avete rovinato il Madagascar!

Ehi! Ma che fine hai fatto! C’è nessuno? Il mio pannolone è pieno e la mia zuppa è fredda! Ma perché nessuno vuole mai ascoltarmi…

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