Maggioranza silenziosa

di Susanna Finazzi

Se esiste una deformazione tipicamente umana è quella di essere convinti di avere sempre ragione. Insieme a “ti vedo come un amico” o “sei licenziato”, “te l’avevo detto” è sicuramente una delle frasi più sgradevoli da sentirsi dire. 

Ho un’amica che ogni ventisette gennaio si rifiuta di stare in silenzio: al liceo, quando i suoi compagni di classe stavano in piedi per ricordare le vittime dell’Olocausto, lei rimaneva ostinatamente seduta. Non le piace l’idea di dover osservare un minuto di silenzio per gli ebrei mentre Israele attua una politica repressiva nei confronti dei palestinesi. Io sono contro questa squallida guerra di principio, ma sono stata la prima a criticare le motivazioni della mia amica, perché sono abbastanza sicura che il conflitto a Gaza non sia colpa di Anna Frank. 

E quando ho saputo delle reazioni indignate dei suoi professori e compagni di classe, ho ribattuto, con convinzione, “te l’avevo detto”. Mi sembrava piuttosto ovvio che non dimostrare rispetto durante un momento fatto apposta per quello fosse controproducente per la propria immagine pubblica. Personalmente, sono sempre stata orgogliosa di essere tra le persone della mia classe che riuscivano a rimanere in silenzio: mi faceva sentire un’adulta sensibile ai problemi del mondo. Guardando la cosa da un altro punto di vista, per la Giornata della Memoria stavo semplicemente seguendo una regola, diversa dalle altre solo perché non era stata la scuola a deciderla ma l’ONU. 

Sapere che il ventisette gennaio del 1945 l’Armata Rossa ha liberato Auschwitz dà un senso al minuto di silenzio, perché si tratta di un anniversario. Ma ormai il silenzio è un sedativo che viene somministrato così frequentemente da perdere di significato. Ogni strage, guerra o massacro con un sufficiente impatto mediatico ha il suo minuto di raccoglimento in cui siamo autorizzati ad indignarci. Un minuto per le sparatorie nelle scuole statunitensi, perché la polemica sulle armi fa ancora molta notizia. Uno per la morte di un calciatore e uno per le vittime degli attentati di Parigi, l’unico modo in cui possiamo fare esperienza della crisi del Medio Oriente. Dopo la strage del Bataclan, a Beirut sono morte il doppio delle persone in un altro attentato, ma la notizia non ha avuto la stessa risonanza. Alcune tragedie valgono la nostra pietà più di altre, valgono un minuto di silenzio. Ma chi decide a quali morti tocca il nostro rispetto? Quale grado di orrore dà il diritto a essere ricordati? 

Il gioco degli interessi si dispiega anche in questo campo e la regola base è molto semplice: l’evento deve rispettare alcuni criteri di notiziabilità e in cambio riceve un minuto di silenzio come atto di rispetto collettivo, che si esaurisce in se stesso. Se anche provassimo a rendere giustizia a tutte le morti, non basterebbe distribuire equamente manciate di secondi per ogni tragedia: ci abitueremmo alla loro inevitabilità come alla ricarica mensile del cellulare. 

Ormai il minuto di silenzio non è più sufficiente né efficiente, ma le premesse per un modo meno pilotato di vivere il lutto sono classificabili sotto la voce “utopia”. Servirebbe ad esempio un sistema d’informazione che non fosse parziale e di parte, perché si sappia chiaramente per cosa si piange. Servirebbe che la maggioranza che osserva il minuto di silenzio senza obiettare non fosse il burattino del restante 1%, e che a parlare non fossero solo i professionisti della stronzata. 

Il minuto di silenzio ormai tira avanti con la minaccia dello stigma sociale e la cosa divertente è che risulta molto efficace. Non solo ci sentiamo in colpa perché mettiamo in dubbio la sua validità, ma abbiamo piena autorizzazione a correggere chi sbaglia con un “te l’avevo detto” piazzato ad arte. Per anni mi sono vantata di saper osservare un minuto di silenzio, ma ora mi auguro davvero che i miei figli se ne vergognino. 

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