La ricerca della quiete perduta

di Francesco Marinoni

A volte mi capita di pensare: chi ha dato la definizione di silenzio? Il vocabolario recita: «Assenza di rumori, di suoni, voci e sim., come condizione che si verifica in un ambiente o caratterizza una determinata situazione.» Voglio dire, chi può dire di aver provato davvero almeno una volta a trovarsi in silenzio assoluto? È ragionevole pensare che questa condizione si possa raggiungere? Persino sulla vetta della montagna più alta, sul fondo di un oceano o nel mezzo del deserto resterebbe sempre qualcosa a colmare l’assenza di rumore.

Il silenzio è sempre relativo: viene definito come contrasto rispetto al rumore, che è la condizione a cui tutti siamo quotidianamente abituati. L’aperta campagna o il bosco, che a rigore silenziosi non sono, è forse la prima immagine che viene in mente quando si deve pensare a un luogo cheto, perché in confronto al trambusto della strada, della città, della scuola o del posto di lavoro appaiono come una sorta di paradiso, il simbolo dell’agognato relax. La società del rumore ci ha abituati ad avere un sottofondo, tanto che se davvero ci trovassimo in assoluto silenzio probabilmente non saremmo a nostro agio.

In effetti, sono stati condotti degli esperimenti in stanze quasi completamente insonorizzate (tanto da poter sentire il rumore del proprio sangue che scorre) e fino ad ora il tempo massimo di permanenza è di 45 minuti. Anni di frenesia ci hanno resi incapaci di farne a meno, la nostra mente ha la continua necessità di un minimo stimolo per riempire il vuoto delle nostre orecchie. Quante volte vi è capitato di accendere lo stereo o la televisione a casa da soli senza un particolare motivo se non avere un rumore di fondo, un qualcosa che copra il solo flusso muto dei nostri pensieri?

Allo stesso modo ci viene naturale riempire i silenzi che si creano con le parole, per evitare l’imbarazzo di trovarsi con una persona e non avere nulla da dire. Mia Wallace in Pulp fiction parla proprio di questo: «Non odi tutto questo? […] I silenzi che mettono a disagio… Perché sentiamo la necessità di chiacchierare di stronzate, per sentirci a nostro agio? È solo allora che sai di aver trovato qualcuno di davvero speciale, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento e condividere il silenzio in santa pace.» Chiunque abbia provato a mettere in pratica questa idea si sarà sicuramente accorto di quanto sia difficile e di quanto sia raro vivere questi momenti con serenità e senza quel sottofondo di “stronzate”, come le chiama Mia, di cui abbiamo così tanto bisogno.

Da qui nasce anche la spasmodica tendenza, sempre più diffusa grazie ai mezzi di comunicazione e informazione, di volere e dovere esprimere la propria opinione su tutto e tutti, anche quando, a pensarci bene, non si ha niente da dire. I dibattiti online, in tv e in qualsiasi altro contesto sono ormai una serie ininterrotta di parole che spesso e volentieri si sovrappongono l’una sull’altra, senza un criterio logico e senza entrare nemmeno nel merito delle questioni. Basta dare uno sguardo alle centinaia di commenti lasciati sotto articoli senza averli letti, giusto per poter dire la propria idea ad ogni costo. E anche dal muto schermo di un pc sembra sempre di sentire, di percepire il berciare di questa marea di persone che danno tastiera alla bocca, per così dire. Uno sguardo alla politica e ai suoi personaggi poi non fa che confermare ulteriormente questa tesi.

E come si fa allora ad orientarsi, a pesare le parole in un mondo che le vomita in continuazione senza nemmeno più pensarle? Come si può non restare sommersi in un mare di opinioni valutate solo in base alla forza con cui sono urlate? Imparando che, a volte, si può semplicemente restare in silenzio. Anche se ci spaventa, ci mette a disagio e ci “suona” strano. Dobbiamo ricordarci che rompere il silenzio implica una responsabilità, è una scelta che va accompagnata con un qualcosa che ne prenda il posto e che non lo faccia rimpiangere. E allora quando sceglieremo di farlo il peso delle nostre parole sarà diverso, perché non saranno solo un modo per soddisfare il nostro bisogno di rumore. 

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