Il gioco

di Samuele Togni

Mi chiamo Paolino, faccio la prima elementare e non parlo mai. Non parlare è molto vantaggioso, permette di pensare ininterrottamente e senza alcun vincolo, mentre i miei compagni, gli stessi che mi reputano stupido per il mio mutismo, cresceranno bloccati tra i binari ottusi della comunicazione verbale, come cavalli da corsa lanciati verso la fine della gara cullati dall’assenza di dubbi tipica del paraocchi. 

Ora li guardo mentre una maestra dalla poca fantasia improvvisa per l’ennesima volta il gioco del silenzio, ma distolgo subito gli occhi dalle loro pupille dilatate per l’eccitazione. La loro smania di essere chiamati mischiata al loro innaturale tener la bocca chiusa mi spaventa, così concentro i miei pensieri altrove. Inizio a riflettere sul gioco quanto tale.

Perché la maestra è così fissata con questo gioco? Qual è lo scopo pedagogico? Sicuramente l’ordine e il controllo, perché solo chi se ne sta zitto e buono ha qualche possibilità di tentare la sorte ed indovinare la mano in cui il gessetto è nascosto. Tentare la sorte. Sarà forse questo il significato ultimo dell’educazione? Significa che starsene bravi e zitti non basta e che solo chi ha un briciolo di culo può tenere in mano il potere? Sì, perché il gessetto cos’altro non è se non lo scettro del potere? Tutti i miei compagni lo bramano, cercano fra le dita del sovrano attuale una scappatoia, una fessura, una macchia bianca rivelatrice che evita il salto nel vuoto del caso e in piena sicurezza ti conduce alla via del trono. E una volta lì che farai? Quando un mio compagno indovina e diventa il primo ministro di questa antica istituzione chiamata il gioco del silenzio, allora ecco che comincia a sudare freddo. Tra i suoi occhi che scrutano gli altri leggo la frenesia dell’indecisione. Chi chiamare? Chi scegliere? Qualcuno di stupido, facile da soggiogare tramite trucchetti meschini, come nascondere il gessetto o tenerne due, uno per mano, pronti a mostrare la mano opposta a quella scelta dal tapino; oppure minacciarlo di violenza e indurlo così a fare la scelta giusta. Ma ogni imperatore temerà sempre un Bruto alle spalle.

Insomma, il gioco del silenzio prepara all’astuzia, ai comportamenti mafiosi, all’utilizzo di scappatoie, alle alleanze e tradimenti dei giochi di potere, condendo il tutto con una buona dose di bramosia.

Sono nauseato. Come opporsi a questo schema demoniaco? Debbo scovare i suoi punti deboli. La mia esperienza di pensatore indirizza il mio abile fiuto verso le fondamenta della comunicazione. Ma certo! È lì il nocciolo della questione: i bambini obbligati al silenzio iniziano a diventare competitivi, a pensare solo a sé e alla propria vittoria desiderata. Ovviamente non è il silenzio in sé la causa di questa porcheria ed io ne sono la prova non essendovi invischiato pur non parlando. La colpa è piuttosto riservata al suo opposto, la frenesia di parole che di solito li attanaglia. Ormai ci sono così abituati che basta un piccolo obbligo di silenzio per trasformarli in pecore e lupi.

Tocca a me, solo io posso fare qualcosa, io che mai in vita mia ho aperto bocca, io eroe puro senza alcuna macchia verbale sulla mia coscienza. Io dovrò sporcarmi della loro stessa melma e gridare, gridare a più non posso, mettere fine a questo silenzio insopportabile, distruggere questo soffocante status quo…

AAAAAAAAAAAAAAAARGH!

Scoppia l’insurrezione generale, la maestra ha le mani fra i capelli, i bambini invadono festanti il cortile giocando.

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