I silenzi fuori e dentro la stanza di psicoterapia

Quando il silenzio si introduce nella conversazione terapeutica chiede sempre un ascolto particolare. Infatti, nonostante la sua eloquenza, per intenderne il significato è necessario contestualizzarlo nella relazione in corso e nella storia degli interlocutori.

Innanzitutto, però, ricorda una cosa: l’orizzonte sempre inafferrabile dell’altro, il suo non esaurirsi mai nel conosciuto e che ogni incontro è tale solo se si apre all’inatteso.

Il silenzio marca un confine, rimanda al diritto di scelta tra aprirsi o evitare di farlo e quindi in ultima analisi alla nostra libertà di esseri umani.

Tacere può essere l’ultimo rifugio di chi si sente impotente e comunica questo all’interlocutore mettendolo in scacco, ma forse in fondo sperando che non si riproponga una sterile relazione di potere e una porta inesplorata riveli nuove modalità di discoro.

Evitare di parlare può anche vestire la profonda diffidenza di chi dalle parole si è sentito raggirato e manipolato e fugge da questa profanazione del linguaggio.

A volte si resta muti perchè un troppo, un eccesso fa sentire insufficiente qualsiasi formulazione e l’emozione (o più spesso un insieme di esse) tracima in lacrime o forma un groppo alla gola.

La rabbia può chiudere la bocca in un ostinato rifiuto quasi a far pesare l’inutilità di esprimersi; è come se si dicesse: “non c’è nessuno cui rivolgesi, c’è forse qualcuno a cui parlare?”

Ricordo ancora la bambina, incontrata quando ero alle prime armi più di trent’anni fa e diagnosticata come affetta da mutismo elettivo: il visetto contratto sulle precoci pieghe all’ingiù attorno alle labbra serrate, le spalle strette e la caratteristica andatura sulle punte di chi, fuori casa, si appendeva tutta al suo silenzio. Sabina si portava così tra i compagni nella scuola materna, la maschera e la postura singolarmente contrastanti con l’immediatezza vivace degli altri bimbi.

Un silenzio protettivo, che si trasformava in una prigione e segnalava il fallimento nella costruzione di un confine permeabile tra sé e gli altri, tra i familiari e gli estranei.

Un segreto troppo grande per lei da custodire o un legame familiare vissuto come troppo precario tanto da doverlo ribadire con l’uso esclusivo delle parole per contraddistinguerlo?

Le parole trattenute come ostaggi e pegni del contesto ove si erano originate, non potevano essere veicolo di scambio e di costruzione dinamica di confini sempre diversamente negoziati.

I bambini, più usi degli adulti a comunicare analogicamente con i gesti e col corpo tutto, sembravano più a proprio agio a dialogare con lei, ognuno a suo modo, senza bisogno di parole.

Le maestre a scuola dopo snervanti tentativi per indurla a rispondere alle domande o semplicemente al saluto, dopo essere inutilmente passate dal registro della rassicurazione a quello della seduzione, dall’attesa benevola al braccio di ferro, avevano gettato la spugna.

Come restituire alle parole una funzione dialogica? Come accogliere il silenzio di Sabina senza invaderlo per forzarlo a una comunicazione verbale?

Come andare incontro alla voce celata nel silenzio?

Osservare i compagni di Sabina mi aiutò a ritrovare in me la piccola che poteva comunicare nel gioco, capace di non aver bisogno che lei si esprimesse a tutti i costi a parole.

Un vecchio, popolare gioco con le mani, alternate in gesti fatti a turno, poi confuse prima di essere reclamate dai legittimi corpi con una piccola formula.

Un gioco che fosse uno spazio di condivisione, un tempo familiare per la sua ritualità, un dialogo rassicurante nella sua gratuità. 

E nel gioco, presa e persa nel fondersi/distinguersi ritmico, Sabina, prima a bassa voce, poi più distintamente, pronunciò parole della formula come un dono leggero.

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