Freedom for all

di Andrea Calini

Era una scommessa, quasi una sfida. Un corteo chiamato a metà luglio in una piccola città morsa dal sole e salita all’attenzione delle cronache solo da qualche anno. Prima modesto punto di passaggio per i vacanzieri diretti in Costa Azzurra; oggi una delle zone più militarizzate d’Europa. Un corteo urgente, scottante, per chiedere con risolutezza un permesso di soggiorno europeo e libertà di movimento. Nella città che emanava le prime ordinanze anti-umanitarie, inventando di fatto il «reato di solidarietà» e aprendo la strada alle normative repressive di Marco Minniti. Una giornata che serviva, insomma. Un Pride, più che un corteo, che ha dato risultati importanti. Sul piano locale (immediatamente percepibili), unendo una cittadinanza diffidente ad attivisti e solidali generosi. Su una dimensione allargata e partecipata, attirando persone provenienti da gran parte del Nord Italia (e non solo) e dagli stati europei più vicini. Probabilmente il più grande corteo che il ponente ligure abbia mai visto. Formato da solidali, compagne e compagni, attiviste e attivisti di varie realtà, migranti.

Il nodo concettuale e politico centrale è ovviamente quello del confine, che richiede una rinnovata riflessione critica. Barriera fisica e spinata tra stati, linea immaginaria costruita su una narrazione che vive sulle distinzioni e le discriminazioni.

Come è stato sottolineato in uno degli interventi appena precedenti l’inizio del corteo, “quella di oggi non è una mobilitazione per i migranti ma una mobilitazione con i migranti. Una mobilitazione che sappia includere tutti e dare vita a linguaggi e progetti coinvolgenti. Una mobilitazione trasversale che sappia dare forza e visibilità alle rivendicazioni delle persone migranti e ai diversi percorsi di solidarietà che si stanno sviluppando in tutta Europa, dalla Spagna alla Grecia passando per Calais; contro la barbarie rappresentata dai confini e dalle politiche migratorie”.

Una scommessa, dicevo. Vinta sotto ogni punto di vista. Perché non è la composizione quantitativa della manifestazione a pesare, bensì la forza e la giustezza di una proposta alternativa alle politiche “d’accoglienza” europee. Politiche fondate sul costante attacco ad ogni forma di solidarietà attiva.

Ventimiglia ha vinto, e da lì bisogna ripartire.

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