A quiet place

di Rosamarina Maggioni

Siamo nel 2020 e la terra è stata invasa da creature mostruose, letali, corazzate ma cieche, che hanno decimato l’umanità grazie al loro udito ipersviluppato che usano per individuare le prede. É il suono quindi ad attirarli, il silenzio è l’unica speranza di salvezza. E infatti la famiglia Abbot è riuscita a rimanere viva più di altre perché, avendo una figlia sordomuta, tutti i componenti conoscono il linguaggio dei segni. Al giorno 472 dall’arrivo dei mostri però mamma Abbot è incinta al nono mese e questo provoca una serie di incidenti che creano rumore, facendo salire la tensione per la paura delle creature: il regime di silenzio della famiglia è rotto. Inizia così una serie di peripezie che porteranno la donna a partorire mordendosi la lingua per non fare rumore, con una creatura accanto che ascolta ogni minimo suono e il marito che cerca di proteggere i figli. Il finale aperto ci presenta un ventaglio di opzioni non indifferenti fra cui ognuno potrà sentirsi libero di scegliere.

A quiet place è uno di quei film che non sai mai come sia finchè non lo vedi. Puoi leggere tutte le recensioni di questo mondo, positive o negative, ma è solo il gusto e la sensibilità personale che possono dare un giudizio su una storia così singolare, perché a mio parere non lo si può classificare semplicemente come un horror come altri. Quello che ho provato durante la visione, in una uggiosa mattinata estiva, è stato un insieme di emozioni che raramente si penserebbe di provare guardando un film di questo genere: paura, ansia, tensione ma anche felicità, sollievo, tenerezza ed empatia; insomma, un arcobaleno di emozioni. Vedere questa famiglia che basa la sua esistenza sul mantanimento del silenzio per chi vive in una società come la nostra, perennemente rumorosa e caotica, è sorprendente: ognuno di loro sa che le azioni del singolo ricadono drammaticamente sulla vita degli altri. Tutti sono responsabili per tutti. Ed è in questa atmosfera silenziosa, creata grazie ad una serie di ingegnosi stratagemmi come il camminare scalzi o ricoprire il terreno con terriccio morbido per evitare di spezzare i ramoscelli secchi, che la profonda psicologia dei singoli personaggi e i rapporti interpersonali si evolvono. Perché in realtà è su questo che tutto il film si basa. Il contesto paranormale serve solo da cornice per la crescita interiore dei singoli individui. La prima scena che ci viene presentata è infatti la morte di uno dei tre figli degli Abbot che accende un’astronave giocattolo datagli dalla figlia maggiore, facendo rumore ed attirando i mostri. La ragazza da quel momento si sente responsabile dell’accaduto e il rapporto col padre si incrina di conseguenza. Per non parlare del profondo legame che c’è tra marito e moglie (interpretati da John Krasinki e Emily Blunt, sposati anche nella realtà). Non nego di essermi sciolta nel vedere i due ondeggiare abbracciati con le cuffie nelle orecchie poiché non possono permettersi di accendere lo stereo, ascoltando Harvest Moon di Neil Young. Che dire quindi, un film che nasconde più di quello che potrebbe sembrare e da gustarsi, se possibile, in religioso silenzio.

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