Un cane, un gatto

di Paola Gea

Il gatto arrivò il giorno del settimo compleanno del bambino. I genitori spostarono le ciotole del cane per fare spazio alla sua lettiera e fecero poi aprire un varco nel muro vicino alla porta. Il gatto prese a gironzolare dentro e fuori casa ad ogni ora del giorno, incontrollato. Era autunno e il bambino, a causa del freddo, non usciva mai sul balcone. Il cane non poteva entrare in casa e sedeva silenzioso vicino alla porta di vetro. All’interno, il gatto passeggiava dal divano alla poltrona e si strusciava contro le gambe del tavolo, finché qualcuno lo faceva giocare.

Qualche settimana dopo il compleanno, il cane, rimproverato per aver abbaiato e incapace di miagolare per attirare in altro modo l’attenzione, smise di mangiare. Forse, per essere accolto in casa, occorreva che fosse anche lui secco e sinuoso. La ciotola veniva riempita la mattina e svuotata la sera, quasi piena, un giorno dopo l’altro. Il cane si trascinava lentamente da un lato all’altro del terrazzo e la sua pelle, ciondolante come uno straccio sui fianchi, mostrava ormai l’ossatura del torace. Un pomeriggio, scorto il riflesso scarno nel vetro, il cane tentò allora di passare attraverso la gattaiola. Rimase incastrato. Riuscirono a liberarlo, ma lo lasciarono fuori. Riprese allora a mangiare, ma il desiderio di essere gatto lo rendeva più affamato di prima. 

Una delle prime mattine d’inverno, il gatto dormiva vicino al camino e il suo pelo riluceva davanti al fuoco come un manto scuro striato d’argento. Il cane pensò che forse, per entrare in casa, occorreva che il suo corpo pallido fosse dello stesso colore. Aspettò l’occasione buona e un giorno che alla signora delle pulizie fu chiesto di pulire il terrazzo, si infilò dentro casa per la porta socchiusa e raggiunse il camino. Il gatto faceva penzolare la coda, rannicchiato su una sedia. Lo osservava. Il cane guardava la cenere plumbea, commosso dal tepore che emanava e che avvolgeva il suo corpo nella piccola casa. Si tuffò. La polvere gli entrò negli occhi e nelle narici come una pioggia d’argento, cercò di respirare, ma altra polvere gli riempiva i polmoni. Si dimenava, e ad un certo punto urtò contro resti di brace ancora roventi. Il calore aumentò, gli bruciava tutta la schiena, e mentre torceva il muso vide come un lampo le pupille sottili del gatto lontano da lui.

Tornò dalla clinica veterinaria ricoperto di fasce e una volta al giorno doveva ingoiare un antibiotico, ma ancora nessuno gli permetteva di entrare. Gli portarono in cambio una vecchia cuccia di legno. Senza sapere più cosa fare, sforzandosi inutilmente di scaricarsi nella lettiera e fare le fusa, immaginò, in una notte delirante per le bruciature, di tentare un ultimo gesto con cui avrebbe provato che era un felino anche lui. La mattina successiva uscì dalla cuccia, gettò uno sguardo dentro casa e vide il bambino che, per intrattenere il gatto, giocava a fare le ombre sul muro. Si issò a fatica sopra il tettuccio della cuccia. Con un altro sforzo, raggiunse la balaustra del balcone. Respirò a lungo l’aria gelata, perché sentiva che a ogni brivido il suo corpo si tramutava nell’armoniosa figura di gatto. E mentre il bambino, dentro casa, attorcigliava le mani davanti al getto di luce, il cane, finalmente ritto su quattro zampe affusolate e con i lunghi baffi vibranti verso il cielo, si lasciò cadere dal sesto piano. 

Il gatto fu attirato da qualcosa che scivolava oltre il balcone come la grande sagoma di un oggetto pesante. Uscì all’esterno ondeggiando attraverso la gattaiola.

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