Quattro

di Rosamarina Maggioni e Marta Naldi

Da poco è entrata in vigore la nuova legge sulle coppie di fatto. Il riconoscimento del diritto alla propria identità sessuale, la lotta contro le discriminazioni e la tutela delle convivenze di ogni genere si sta diffondendo nei paesi occidentali. Ma siamo sicuri che la vita quotidiana sia al passo con questi provvedimenti? La nostra società, che si dichiara tanto aperta, è davvero pronta ad accogliere posizioni altre da quelle convenzionali?

Nonostante tutte queste conquiste a livello di diritti civili, la mentalità plasma ancora la vita privata. L’educazione non si è emancipata da irrazionali pregiudizi e vissuti: è il caso, per esempio, delle persone che non riescono ad ammettere le loro reali tendenze omosessuali aggredendo, invece, chi riesce a vivere le proprie. Per questo motivo il processo di riconoscimento della propria omosessualità, quello della comunicazione e del cosiddetto “outing” è tutt’ora molto difficile e impegnativo, spesso doloroso e lungo.

Potremmo, con queste premesse, fare un esperimento mentale, che tanto mentale non è, in quanto situazioni di questo genere si sono verificate davvero, nella Russia di Stalin[1]. L’idea è questa: c’è un gruppo di amici composto da quattro persone, due donne e due uomini. Tralasciamo le modalità tortuose e intricate con cui la seguente situazione possa essersi costruita. Ci troviamo di fronte a due coppie sposate che, tuttavia, al di là dell’apparente ménage ordinario, nascondono le vere relazioni sentimentali: lui ama lui e lei ama lei. Seduti attorno ad un tavolo parlano tra di loro. Discutono e alla fine giungono ad una conclusione: il loro amore non può essere portato alla luce del sole, nessuno lo accetterebbe. Perdere la dignità, l’onore e il lavoro: questo significherebbe mostrare i propri sentimenti al di fuori delle quattro mura domestiche. Eppure loro non chiedono altro: poter camminare mano nella mano sul lungofiume, abbracciarsi, baciarsi, dormire nello stesso letto, fare l’amore senza provare vergogna, prendersi cura l’uno dell’altro e l’una dell’altra. In una parola: amare.

Parlano dell’amore e più precisamente della possibilità di amare negata, in quanto il loro non è un amore convenzionale o normale. Chiediamoci però se sia davvero più importante e caratterizzante per una persona il fatto di amare in sé o di chi si ama. Cosa importa se l’oggetto dell’amore è un uomo o una donna? Sempre di amore si sta parlando e dato che l’amore è per definizione soggettivo, nessuno può appropriarsi del diritto di decidere chi può amare chi. Nel momento in cui qualcuno pretende di avere facoltà decisionale sui sentimenti altrui, le persone si sentono costrette, per quiete sociale, a portare una maschera che nasconda i moti incondizionati del loro animo. Questa maschera crea un dualismo interiore fra chi si è e chi gli altri vogliono che tu sia. La vita quotidiana va avanti, la farsa continua, ma qualcosa dentro, nel profondo della persona, si spezza. Una ferita profonda e dolorosa lacera l’essere. L’unico rimedio è accettarsi, togliere la maschera della normalità, spezzare la catena di ipocrisia che si è creata, uscire allo scoperto e mostrarsi: essere se stessi.

Detto questo, proviamo a modificare la prospettiva del nostro esperimento sociale: non siamo più uno spettatore esterno, ma ci troviamo all’interno della scena, seduti al tavolo: davanti a noi, la persona che amiamo; accanto, quella abbiamo sposato. Fuori, il mondo con la sua idea; dentro, noi con la nostra. Cosa faremmo a questo punto? La maschera rimarrebbe sul nostro viso o cadrebbe ai nostri piedi, mostrando a tutti ciò che siamo?


[1] Uno degli esempi più noti dell’omosessualità all’interno del contesto russo fu quello del  famoso regista S. M. Ejzenstejn; per maggiori informazioni si veda il sito: https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_dell%27omosessualità_in_Russia

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