Quando scrivo

di Mattia Guarnerio

Quando scrivo, mi costringo ad uno strano rituale. Mi distendo o mi siedo, per rilassare le membra. Serro porte e finestre o metto le cuffie, per acquietare le onde del mondo intorno a me. Fisso lo schermo del cellulare o del calcolatore, per isolare lo spirito. Fluttuo nel ciclone della fiacchezza, galleggio nella bonaccia della solitudine, oscillo nei meandri della memoria. Le fiamme dell’immaginazione divorano la navicella dell’ingegno, cosparsa di cenere e di sangue, mentre tolgo il disturbo dal mondo.

È terribile, l’immaginazione, mia unica alleata contro i mostri della ragione. Non posso non guardarla con sospetto, malgrado sogni di guadagnarmi, ammaestrandola, pasti caldi, ogni momento.

Oggi rimango denutrito: nel piatto non trovo né pubblico, né committenza; ma di lei sola sopravvivo, accontentandomi del minor turbamento che mi provoca. Architetti, musici, pittori, scultori, poeti, ballerini, registi: le arti prosperano rinchiuse nelle gabbie del tempio, e il denaro si veste da carceriere. Mi contraddico: soffro della loro sciagura, ma volentieri mi unirei alla prigionia. Afflitto, preferisco abbandonarmi all’immaginazione: così la vita, più che viverla, la penso; ed ecco, si fa aguzzina: mi rinchiude nelle segrete del tormento.

Se immagino di esser etereo, tedioso, furioso, funereo, solo, per un poco; se disegno una maschera sul mio viso, per gioco o per dramma, il segno resta impresso; e non so se è maggiore la finzione o la verità, negli atti miei. Sorrido giulivo e l’universo mi pare amico; sbuffo mesto e mi vesto di vuoto; digrigno i denti e subito la rabbia mi assale; mi abbandono in un sospiro e a terra mi si volge il volto.

Non proverai di certo terrore, ora che ti minaccerò di morte: stanotte verrò a prenderti, nel sonno, farò sfacelo del tuo corpo. Né dignità, né fascino, né pericolo: l’immaginazione è l’istantaneo consumo di un divertimento. Ma, per me, è fonte di salvezza e, spero, di reddito; per te è solo una maschera, per me è anche sentimento.

Quando scrivo, odio me stesso, perché dissimulo, mi atteggio, mi travesto. Quando scrivo, mi nascondo dietro al testo, perché ti spregio e ti detesto. Quando scrivo, tu non mi leggi, perché credi che tutto questo sia per frivolo diletto.

Quando scrivo, immagini a cosa penso?

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