Portare i pantaloni

di Beatrice Marconi

Tutti probabilmente conosciamo Mulan, protagonista del 36° classico Disney e del ben più antico poema cinese La ballata di Mulan (risalente al VI secolo d.C.). Nella leggenda, Hua Mulan sostituisce, con il consenso dei genitori, il padre nella chiamata alle armi, combattendo in un esercito di soli uomini per ben dodici anni senza essere scoperta. Grazie alle sue doti come combattente, viene inoltre nominata comandante delle armate settentrionali, sconfiggendo infine personalmente un famosissimo generale unno, evento che portò alla chiusura del conflitto. Un generale anziano tentò inoltre con insistenza di convincere Mulan, una volta tornata a casa, a sposare la propria figlia, scoprendo proprio in quell’occasione la vera identità della ragazza.

Se è vero che la natura ha distribuito tra uomini e donne qualità diverse, è vero anche che nella storia molti hanno usato questa scusa per impedire al genere femminile di invadere il territorio che “per diritto divino” era riservato agli uomini. La letteratura e la mitologia offrono vari esempi di donne che, per varcare questo confine, si travestono e si comportano da uomini. La scelta di questo espediente narrativo in molti tempi e molti luoghi indica un’attenzione particolare a questo aspetto e, in certi casi, un timore profondo per l’indefinitezza sessuale (indice anche di una più preoccupante indefinitezza sociale).

Risale al XVI secolo la nascita di uno dei più affascinanti, a mio avviso, personaggi femminili dell’intera letteratura italiana. Clorinda (dalla Gerusalemme liberata) è un luogo in cui la forza e la debolezza (ma anche il femminile e il maschile) in varie forme si mescolano e si esaltano a vicenda, è indecifrabile ed è per questo allo stesso tempo temuta e amata: ha un’armatura bianca ma il suo elmo porta il simbolo della tigre, è albina ma combatte sotto il sole di Gerusalemme, è una donna ma preferisce il combattimento all’arma bianca al ruolo di arciere. Sarà però proprio l’ambiguità di Clorinda ad ucciderla. Si potrebbe interpretare questo aspetto dicendo che una donna che viola il territorio maschile non può far parte dell’esercito della ragione, quello cristiano. Per questo Clorinda è forte solo finché è esponente dell’altro, del nemico da combattere, e solo nel momento della sua maggior debolezza (e quindi femminilità canonica), quello più vicino alla morte, è pronta per entrare nella comunità cristiana. 

La tendenza di associare una femminilità irriconoscibile a popoli nemici o comunque situati ai confini del mondo civile (sempre nella prospettiva di chi scrive) si ritrova per esempio anche nelle Storie di Erodoto, che, nel parlare delle Amazzoni, le colloca in Scizia, luogo abitato dalla popolazione che i Greci consideravano la più barbara fra le barbare (gli Sciiti, per l’appunto). I rapporti tra Sciiti e Amazzoni sono all’insegna dello scambio dei ruoli di genere: sono gli uomini a lasciare la casa paterna per vivere con le consorti, sono le donne invece a prendere decisioni e a combattere. I Greci leggevano questo disequilibrio fra generi come un vero e proprio fallimento dell’intera società. Allontanare da sé questa eventualità confinandola nei territori di popoli altri aiuta a circoscrivere, per contrasto, l’identità del proprio; inoltre non è un caso che i tre eroi iconici della grecità (Achille, Eracle e Teseo) vantino nei loro curriculum anche l’assassinio di un’amazzone.

Una paura analoga è esorcizzata nella commedia Ecclesiazuse (Le donne al parlamento) di Aristofane (III sec. a.C.), in cui alcune donne ateniesi, guidate da Prassagora, si camuffano da uomini (con tanto di barbe finte) per poter partecipare all’assemblea cittadina e votare un provvedimento.

Oggi la manifestazione esteriore della propria femminilità è ancora, in diversa misura, un gioco di equilibri da non sottovalutare. Avendo infatti molte più possibilità di scelta per quanto riguarda l’abbigliamento, infatti, la donna ha anche molte più probabilità di sbagliare e questo pesa soprattutto quando ricopre incarichi istituzionali: quante volte l’outfit di una donna “di potere” è infatti protagonista di titoli e prime pagine? Di Melania Trump si scruta l’impeccabile (e un po’ rigida) eleganza, di Brigitte Macron si criticano le gonne sopra il ginocchio, di Maria Elena Boschi fece parlare il completo blu troppo aderente, indossato in occasione del giuramento come Ministro delle Riforme. Insomma, pare che anche a secoli di distanza, l’unica regola per essere ascoltate, invece che guardate, sia travestirsi da uomo.

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